l’Italia di oggi: ancora alle prese con l’ingombrante eredità della “guerra fredda”

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 17 marzo 2015

Continua in Italia, seppur con sconcertante ritardo, il processo di superamento del sistema politico bloccato impostole al tempo della “guerra fredda”. E’ questa la filigrana sullo sfondo della quale diviene più facile capire la cronaca politica italiana di questi anni, nella sostanza è più lineare di quanto sembri.  Quanto accade nell’area di centrosinistra ha poi dinamiche molto diverse da quanto accade nel centrodestra, ma in fin dei conti tutto procede nella medesima direzione.

Già a partire dal 1992, dunque molto tempestivamente, “Tangentopoli” aveva disfatto il pilastro democristiano/socialista del sistema politico dell’Italia della guerra fredda. Pur con vari adattamenti di nome e di programma, il pilastro comunista era invece in sostanza sopravvissuto. L’impegno a procedere finalmente alla sua demolizione è senza dubbio il principale merito di Matteo Renzi e del suo governo. Il problema inizia quando dalla pars destruens Renzi passa poi alla pars construens, ovvero dalla diagnosi alla cura: la sua cura infatti è tipicamente intrisa di statalismo e di centralismo, e quindi se dovesse durare finirebbe per fare più male che bene. Al momento però fa bene in quanto con il suo dinamismo e la sua comunicativa l’uomo riesce a rompere muri che avevano resistito a tutti i precedenti picconatori, a cominciare dall’indimenticato presidente Cossiga.

Uno di questi muri è la primogenitura attribuita all’ “arco costituzionale”: ovvero all’insieme dei partiti rappresentati nell’Assemblea Costituente (compreso dunque il Partito comunista, Pci) nonché ai loro diretti eredi politici. Insieme al ruolo para-istituzionale attribuito ai sindacati Cgil/Cisl/Uil, sotto predominante influenza del Pci, l’ “arco costituzionale” era una via traversa per riconoscere in certa misura un ruolo di governo allo stesso Pci, pur in qualche modo longa manus dell’Unione Sovietica. Per dare un colpo a quel che resta dell’ormai fossile ordine costituito dell’ ”arco costituzionale” talvolta non c’è niente di meglio che minacciare di attuare la Costituzione. Ed è proprio questo che sta facendo Matteo Renzi. La Carta venerata dal famoso “arco” non era infatti la Costituzione per intero bensì alcune sue parti, mentre altre restavano invece escluse, e sono rimaste fino ad oggi inapplicate. Tra le altre gli articoli 39 e 49, che fissano norme a garanzia dell’effettiva rappresentatività dei sindacati nonché della democrazia interna dei partiti. Quel che si dice una minaccia mortale sia  per gli uni che  per gli altri.

Insofferente del peso della  vecchia guardia comunista  nel Partito Democratico e deciso a tagliare le gambe all’iniziativa politica di Maurizio Landini, leader del sindacato metalmeccanici della Cgil, che ha lanciato il progetto di una “coalizione sociale” da schierare contro Matteo Renzi, questi ha adesso fatto sapere che con apposite leggi intende dare pieno vigore a quei due articoli. In forza degli accordi non ufficiali ma granitici tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista Italiano, che garantirono la pace in Italia nella delicata epoca della “guerra fredda”, i sindacati cosiddetti confederali (Cgil, Cisl e Uil) sono rappresentativi, diciamo così, per principio. Venuta meno la necessità storica che l’aveva giustificato, tale artificio è però divenuto sempre più il motore della trasformazione di Cgil/Cisl/Uil in apparati neo-corporativi che tutelano alcuni pochi settori del mondo del lavoro a spese di tutto il resto dell’economia, essendo inoltre legati alla pubblica amministrazione da un vario intreccio di interessi. Resta da vedere se Renzi riuscirà nell’impresa, ma a nostro avviso c’è da augurarselo vivamente.

Nell’area di centrodestra l’elemento più rilevante è  invece il totale processo di rimescolamento in corso, a seguito del quale stanno uscendo di scena sia Forza Italia, erede indiretta ma effettiva del Psi di Bettino Craxi, che la Lega Nord suo antico primo alleato. Può darsi che poi in qualche modo perdurino formalmente, ma senza più alcun reale nesso con la loro origine. Non Forza Italia, innanzitutto perché Berlusconi non ha più con sé nessuno in grado né di affiancarlo efficacemente né tanto meno di succedergli; e nemmeno la Lega Nord che con Matteo Salvini ha disinvoltamente virato verso un neo-nazionalismo ispirato al Front National francese di Marine Le Pen: qualcosa che non ha alcun precedente sulla scena pubblica italiana. Così facendo Salvini lascia scoperto proprio il nocciolo duro della Lega Nord, federalista, se non anche semplicemente localista, nato e  cresciuto sull’idea della rivendicazione dell’autonomia dell’Alta Italia produttiva dalla Penisola assistita e consumatrice di provvidenze erariali. Un nocciolo duro per il quale l’alleanza tra la Lega di Salvini e Fratelli d’Italia è un po’ come il diavolo e l’acqua santa. Non è escluso che ciò provochi, a partire dal Veneto, la nascita di una nuova Lega neo-federalista destinata però a non avere grande influenza a breve termine. Frattanto, come ormai di regola avviene in Italia in prossimità delle votazioni (sono imminenti quelle regionali in Veneto, Emilia-Romagna e Campania), come ben regolate bombe a orologeria cominciano qua e là a esplodere clamorose inchieste giudiziarie condite dalla diffusione illegale (ma mai punita) del testo scritto di intercettazioni telefoniche che, riportate senza alcuna nota riguardo al tono di voce, possono dare adito ai più diversi equivoci.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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