Il ritorno in scena dell’Iran: un rischio ben calcolato

 La fine del lungo isolamento di Teheran, La Nuova Bussola Quotidiana, 4 aprile 2015

La produzione di armi nucleari effettivamente impiegabili in un moderno teatro di guerra è possibile soltanto a Paesi ad economia industriale molto avanzata. Nessun altro ha tutta la tecnologia e tutta la telematica che  sono necessari al riguardo. E soltanto gli Stati Uniti hanno  tutto il dominio dell’aria e delle telecomunicazioni indispensabile per dirigerle (o per lasciare che altri le dirigano) contro obiettivi a lunga distanza.  Spendendo in modo sproporzionato alle loro risorse, e quindi riducendo il loro tasso di crescita complessiva, Paesi come l’Iran (e come già fu il caso dell’India e del Pakistan) possono al massimo arrivare a produrre mine nucleari da posizionare e poi fare esplodere in un loro poligono. Tutto il resto del mondo non può fare né una cosa né l’altra. Questo è il quadro in cui si situa l’accordo raggiunto l’altro ieri a Losanna tra l’Iran e il gruppo dai membri permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu (Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia, Cina) e la Germania, alla presenza dell’Alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera, Federica Mogherini.

Con una popolazione di oltre 77 milioni di abitanti e un reddito pro capite annuo di circa 13 mila dollari (l’uno è l’altro inferiori di poco a quelli della vicina Turchia), l’Iran era diplomaticamente isolato da oltre 35 anni: da quando cioè un regime teocratico nazionalista rivoluzionario  aveva preso il posto del regime monarchico filo-occidentale che fino ad allora lo aveva governato. Fallito il tentativo di farlo cadere a viva forza, gli Stati Uniti avevano aggiunto all’isolamento diplomatico dell’Iran anche un embargo economico, solo in parte condiviso dai Paesi dell’Unione Europea ma comunque sufficiente per rallentarne e distorcerne lo sviluppo. Paese di cruciale rilevanza geopolitica nel Vicino e Medio Oriente anche grazie al numero e alla collocazione degli stati con cui confina il suo vasto territorio (Afghanistan, Armenia, Azerbaigian, Iraq, Pakistan,Turkmenistan e Turchia) a questo assedio l’Iran aveva risposto fomentando instabilità nel Vicino Oriente, e in particolare nel Libano. Frattanto investiva grandi energie in programmi di produzione di uranio arricchito a  suo dire allo scopo di dotarsi di centrali nucleari per la produzione di energia elettrica; secondo invece gli Usa e Israele con l’obiettivo di giungere a disporre di bombe nucleari. Di qui un ulteriore inasprimento dell’embargo di Usa e alleati con conseguenti ulteriori distorsioni  della sua economia. Basti dire ad esempio che, pur essendo uno dei maggiori produttori di petrolio greggio del mondo, l’Iran deve importare dall’estero benzina e altri prodotti raffinati essendo la sua capacità di raffinamento inferiore alle necessità del suo mercato interno. Quando poi nel 2011 è scoppiata la crisi siriana, Teheran è intervenuta  a sostegno dell’amico regime di Assad dando così un contributo indiretto ma efficace al fallimento del tentativo Usa di farlo cadere.

Combinandosi con la persistente instabilità e fragilità dell’Iraq del dopo-Saddam Hussein, l’incancrenirsi della crisi siriana ha provocato un vuoto in cui, come è noto, si è inserito il cosiddetto Stato islamico: un fenomeno a cavallo tra politica e semplice banditismo, che irresponsabilmente  la Turchia vede di buono occhio quale possibile grimaldello di un suo ritorno sulla scena come potenza regionale. A questo punto, dal momento che occorre spegnere al più presto il focolaio di instabilità costituito dallo Stato Islamico, gli Stati Uniti non possono più permettersi di lasciare l’Iran fuori dalla porta. Perciò, anche a costo di irritare Israele, gli hanno offerto la fine dell’embargo in cambio di uno stretto controllo internazionale sulla sua industria nucleare, che comunque è in fin dei conti una “tigre di carta” per i motivi che si dicevano. E’ un disgelo che gioca a favore sia dell’Iran, la cui economia è boccheggiante, sia dell’Occidente che dalla riapertura del grande mercato iraniano spera venga una spinta importante all’attuale timido avvio del processo di uscita dalla crisi globale in corso. Ecco in sintesi le novità che, in tema di dislocamento e di rapporti di forze,  si stanno delineando nel Vicino e Medio Oriente. Che cosa dentro tale quadro è possibile fare di concreto per far procedere la causa della libertà, della pace e dello sviluppo reale in quella cruciale regione del mondo? La risposta sta nell’impegno tenace e vigilante di tutte le persone di buona volontà e di tutte le parti bona fide che sono in causa.

Annunci

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
Questa voce è stata pubblicata in La Nuova Bussola Quotidiana e contrassegnata con , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...