Governo Renzi e Def alla prova dei fatti: l’unica speranza è che la spinta alla ripresa arrivi per contraccolpo dall’esterno

 Più tasse e niente tagli. Se questa è una finanziaria…, La Nuova Bussola Quotidiana, 7 aprile 2015

Per cominciare l’esame del Documento di economia e finanza (Def) 2015 il Consiglio dei Ministri è convocato a Roma a Palazzo Chigi oggi alle 13,30: in tempo per farlo precedere da una bella parata di dichiarazioni pronte per venire messe in onda nei telegiornali che vanno in onda attorno a quell’ora. Anche se impegna politicamente il governo, il  Def – vale la pena di precisarlo – non è una legge bensì più o meno una dichiarazione di intenti. Va presentato al Parlamento entro il 10 aprile di ogni anno, ovvero quando il primo trimestre dell’anno cui si riferisce è ormai trascorso: c’è già in questo una sua fondamentale ambiguità, ma non è l’unica. Il governo sta facendo circolare le notizie sul Def 2015  insieme a quelle relative all’annunciato Piano nazionale di riforma 2016-2019, il che aiuta a rendere tutto molto vago e confuso. Secondo l’ufficiosa agenzia Ansa “martedì, nel primo giro di tavolo in Consiglio dei ministri, saranno fissati «i numeri» con prudenza ma con la ferma volontà di dare la massima spinta alla ripresa che finalmente si comincia a intravedere”. La lista delle riforme avrà invece “bisogno di essere ancora approfondita nel corso della settimana con i vari ministeri”. Sfidiamo chiunque a capire che cosa chiaramente s’intende dire con queste parole. A confronto i responsi dell’antica Sibilla erano scherzetti.

La spesa pubblica italiana ammonta a circa 792,5 miliardi di euro, pari al 50,6 della ricchezza prodotta nel Paese. Se è vero come è vero che chiunque di noi è in grado di ridurre senza insopportabili sacrifici le spese annue della propria famiglia fra il 5 e il 10 per cento, una riduzione seria della spesa pubblica italiana dovrebbe essere compresa tra quasi 80 e quasi 40 miliardi di euro in un anno. Il traguardo cui il governo dice di voler puntare è quello invece di un “taglio” di 10 miliardi, ossia in pratica niente. E si aggiunga che di questi 10 miliardi gli unici certi sono quelli relativi ai “tagli” della finanza delle autonomie locali contro cui l’Anci, l’associazione dei Comuni — che sarà a congresso a Milano dopodomani — non senza buoni motivi è già pronta a mobilitarsi. Le “sforbiciate” alla spesa dello Stato, che è di gran lunga il grosso della spesa pubblica, rimangono invece nel vago. Si resta in attesa  nientemeno che delle proposte delle amministrazioni statali stesse, e “nel dettaglio” ci si rimette alla legge di bilancio annuale: quella che, con involontaria ironia, viene chiamata Legge di Stabilità. Viceversa incombe il rischio di  16,8 miliardi di ulteriori inasprimenti fiscali tra aumento dell’Iva e ulteriori accise sui carburanti che ci si ripromette di evitare grazie a entrate non esattamente preventivabili come  il contrasto dell’evasione fiscale, la diminuzione degli interessi sul debito pubblico e la “riemersione” di capitali investiti all’estero e sin qui non dichiarati. Più che di “entrate non esattamente preventivabili” sarebbe meglio parlare di “entrate largamente inferiori a quanto si vorrebbe”. In un Paese infatti dove l’Iva è già al 22 per cento, e dove la pressione fiscale supera il 50 per cento della ricchezza prodotta, in certe situazioni le imposte si evadono…per legittima difesa; per evitarlo lo Stato dovrebbe attivare dei controlli insostenibili sia economicamente che socialmente. La diminuzione degli interessi sul debito pubblico dipende poi da equilibri del mercato finanziario internazionale su cui il nostro Paese può poco o nulla. Infine i capitali investiti in segreto all’estero e difficili da nascondere erano per lo più già riemersi in occasione di analoghe iniziative prese da governi precedenti; perciò quanto adesso riemergerà sono relativamente delle briciole.

Eredi in questo del peggior Berlusconi e di quel che c’è di peggio in Forza Italia, Matteo Renzi e i suoi si impegnano insomma più in annunci che nel tenace e duro lavoro quotidiano che occorre per metter mano a una vero riforma della sgangherata macchina amministrativa dello Stato. Inoltre la loro cultura politica intrisa di statalismo e la presunzione di risolvere ogni problema concentrando nelle loro mani tutto il potere li portano a risultati opposti a quelli che mirano a raggiungere. Nel futuro prevedibile sono tuttavia al governo e ci resteranno a  lungo dal momento che ad essi non esiste oggi alcuna credibile alternativa. Perciò non resta che sperare che l’impulso di un’eventuale ripresa dell’economia mondiale provochi per contraccolpo anche nel nostro Paese sviluppi positivi che altrimenti sarebbero impossibili.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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