L’eccidio al Palazzo di Giustizia di Milano: una tragedia da non strumentalizzare

Critichi la magistratura? Sei un “mandante morale”, La Nuova Bussola Quotidiana, 11 aprile 2015

Il tentativo di trasformare i critici dei mali della magistratura italiana in mandanti morali  dell’eccidio avvenuto al Palazzo di Giustizia di Milano era già evidente l’altro ieri. Lo si è subito visto quando alla notizia dell’accaduto il Consiglio Superiore della Magistratura è stato riunito in seduta straordinaria per decisione di chi lo presiede, ovvero del presidente della Repubblica. La gravità del fatto poteva anche giustificare la convocazione, ma Sergio Mattarella oltre a parole dovute e inevitabili in una circostanza del genere ne ha dette anche altre specificamente mirate. Ha aggiunto infatti che i magistrati “sono sempre in prima linea” e che perciò sono “particolarmente esposti”. Pertanto “va respinta con chiarezza ogni forma, anche strisciante, di discredito nei loro confronti”. Quali che fossero le buone intenzioni di tale monito, nell’attuale situazione esso equivale ad affermare che chiunque critichi la magistratura italiana arma la mano di persone come l’imputato a piede libero che l’altro ieri a Milano ha ucciso in tribunale un magistrato (gli altri due morti e i due feriti non sono affatto giudici, ma a quanto pare ciò conta poco). Tutto il vasto schieramento che vede di buon occhio il passaggio del grosso del potere di governo dalle mani di organi democraticamente legittimati a quelle della magistratura ha immediatamente colto nel monito di Matterella un preciso significato. Basti ad esempio citare quanto Stefano Folli ha scritto ieri su la Repubblica, il giornale capofila di tale schieramento. Senza nascondersi che l’episodio di sangue da cui Mattarella ha preso spunto per il suo intervento è un semplice pretesto (“Non sarebbe stato necessario, a stretto rigore di logica”, ammette candidamente Folli, “convocare il «plenum» straordinario per l’eccidio provocato dallo squilibrio di un uomo che intendeva vendicare un presunto torto”), egli aggiunge che “certo il capo dello Stato non ha citato i responsabili del «discredito», ma ognuno è in grado di stilare una propria personale lista  con nomi e cognomi. Di sicuro Berlusconi e i suoi non hanno motivo di rallegrarsi. E non solo loro: tutti coloro, anche a sinistra, che hanno considerato eccessivo il potere acquisito dalla magistratura negli anni della politica debole, ora dovranno riflettere (…)”.  Oltre a Berlusconi — che, si sa, è l’eterno responsabile di ogni male – vengono proclamati per così dire Berlusconi ad honorem, il che per la Repubblica è il massimo dell’ingiuria, pure tutti coloro, ovunque essi siano, i quali osano pensare con Churchill che la democrazia sia un pessimo sistema, ma che non ne esista un altro migliore. E che perciò non lanciano grida di gioia nel vedere un ceto di alti funzionari che si rinnova per cooptazione sostituirsi sempre più spesso al governo e la parlamento.

Se ancora qualche dubbio sussisteva sulla mobilitazione avviatasi con il discorso di Mattarella al  «plenum» straordinario del CSM di mercoledì scorso, esso è stato definitivamente fugato dalla cerimonia commemorativa che ha avuto luogo ieri nell’aula magna del Palazzo di Giustizia di Milano. Alla presenza e con l’intervento del presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati — l’atipico sindacato unico della categoria sopravvissuto all’epoca della Guerra fredda e ai patti non scritti tra DC e PCI che la caratterizzarono — l’intoccabilità dell’ordine costituito della giustizia italiana è stata proclamata a piena voce da chi sa di avere oggi  al Quirinale un potente alleato.  Come infatti ha scritto ancora Stefano Folli, “il registro e i toni di Mattarella sono diversi da quelli di Napolitano”. C’è una differenza di fondo rispetto a quest’ultimo “che non aveva lesinato critiche ai magistrati, in  qualche caso molto dure”. Con Mattarella i giudici possono stare certi che la giustizia verrà riformata solo con la loro attiva collaborazione e con il loro consenso, ovvero mai. Tutta la storia moderna dimostra infatti che i ceti professionali organizzati difendono sempre a testa bassa lo status quo della loro professione. Far dipendere perciò la riforma della giustizia dai magistrati, la riforma della sanità dai medici o  la riforma della scuola dagli insegnanti equivale a lasciare sempre tutto come sta, per grave che sia il disservizio e per urgente che sia la necessità di cambiare la situazione. Finché la gente non se ne accorge, e non si mobilita di conseguenza dando tutto il possibile sostegno a politici eventualmente decisi a fare autentiche riforme, si può stare certi che non si riforma nulla.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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