Papa Francesco e il genocidio degli armeni: nascondere o negare il male è come lasciar sanguinare una ferita senza medicarla

 Sulla storia del genocidio il Papa rompe tre tabù, La Nuova Bussola Quotidiana, 15 aprile 2015

Tutto si può dire della parole di Papa Francesco riguardo al genocidio degli armeni del 1915 meno che si tratti di un gesto improvviso e non meditato. Sono parole che il Papa ha pronunciato nel suo saluto all’inizio della celebrazione a San Pietro in Roma di una messa solenne per i fedeli di rito armeno, alla presenza di tutte le massime autorità della Chiesa Armena Apostolica e del presidente della Repubblica d’Armenia. La messa è stata celebrata il 12 aprile a poca distanza dal 24 aprile, centesimo anniversario dell’inizio del genocidio che il Papa ha subito citato apertis verbis. “Cari fedeli armeni”, ha esordito infatti, “oggi ricordiamo con cuore trafitto dal dolore, ma colmo della speranza nel Signore Risorto, il centenario di quel tragico evento, di quell’immane e folle sterminio, che i vostri antenati hanno crudelmente patito.“

E’ perciò chiaro che il Papa ha preso tale iniziativa essendo ben consapevole di tutte le sue possibili conseguenze e dopo aver valutato ogni aspetto della questione. Vale perciò più che mai la pena di comprenderne bene le ragioni e il significato. E per farlo non c’è modo migliore se non quello di prendere le mosse da ciò che egli ha detto testualmente. Dopo aver ribadito che siamo in “un tempo di guerra, una terza guerra mondiale ‘a pezzi’“, ha così continuato: “ Anche oggi stiamo vivendo una sorta di genocidio causato dall’indifferenza generale e collettiva, dal silenzio complice di Caino che esclama: “A me che importa?”; «Sono forse io il custode di mio fratello?» (Gen 4,9; Omelia a Redipuglia, 13 settembre 2014). La nostra umanità ha vissuto nel secolo scorso tre grandi tragedie inaudite: la prima, quella che generalmente viene considerata come «il primo genocidio del XX secolo» (Giovanni Paolo II e Karekin II, Dichiarazione comune, Etchmiadzin, 27 settembre 2001); essa ha colpito il vostro popolo armeno – prima nazione cristiana –, insieme ai siri cattolici e ortodossi, agli assiri, ai caldei e ai greci. Furono uccisi vescovi, sacerdoti, religiosi, donne, uomini, anziani e persino bambini e malati indifesi. Le altre due furono quelle perpetrate dal nazismo e dallo stalinismo. E più recentemente altri stermini di massa, come quelli in Cambogia, in Ruanda, in Burundi, in Bosnia. Eppure sembra che l’umanità non riesca a cessare di versare sangue innocente. Sembra che l’entusiasmo sorto alla fine della seconda guerra mondiale stia scomparendo e dissolvendosi. Pare che la famiglia umana rifiuti di imparare dai propri errori causati dalla legge del terrore; e così ancora oggi c’è chi cerca di eliminare i propri simili, con l’aiuto di alcuni e con il silenzio complice di altri che rimangono spettatori. Non abbiamo ancora imparato che “la guerra è una follia, una inutile strage” (cfr Omelia a Redipuglia, 13 settembre 2014)”.

Da una parte dunque il Papa ha scelto di parlare pro veritate del genocidio degli armeni in forma aperta e solenne, a prescindere da qualunque cautela diplomatica, ben sapendo che avrebbe suscitato forti reazioni in Turchia dove la sua negazione è parte integrante della cultura ufficiale del Paese. Dall’altra ha indicato il genocidio degli armeni come il primo di una sequenza di tre “grandi tragedie inaudite” del secolo XX: analogo per gravità  ai genocidi perpetrati “dal nazismo e dallo stalinismo”. Benché difficilmente contestabile guardando ai fatti senza pregiudizi ideologici, una tale equivalenza si scontra con due pretese diverse ma altrettanto consolidate: quella di chi in ambiente ebraico pretende che la Shoah sia un male e una tragedia assoluti, non paragonabili ad alcun altro evento della storia umana; e quella di chi in ambiente post-marxista rifiuta qualsiasi parallelo tra Hitler e Stalin, vedendo nel primo un’incarnazione assoluta del male e nel secondo invece un rivoluzionario di buone intenzioni che si è sbagliato nella scelta dei mezzi ma in quella dei fini. In un solo colpo Papa Francesco insomma ha rotto tre tabù convinto che “laddove non sussiste la memoria significa che il male tiene ancora aperta la ferita; nascondere o negare il male è come lasciare che una ferita continui a sanguinare senza medicarla!”. In questo tra l’altro non fa che continuare sulla via aperta dai suoi immediati predecessori potendo fare ciò che fa perché loro hanno fatto ciò che hanno fatto.  Si veda in proposito il suo richiamo alla dichiarazione comune che Giovanni Paolo II e il Catholicos Karekin II sottoscrissero a Etchmiadzin il 27 settembre 2001. E’ una fermezza che desta ammirazione, e che ciascuno di noi nel suo piccolo dovrebbe prendere ad esempio.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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