Crisi della democrazia in Italia: il caso della legge elettorale

 

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano,  28 aprile 2015

La discussione di un progetto di riforma della legge per l’elezione della Camera dei Deputati, che il premier Matteo Renzi ha fantasiosamente chiamato “Italicum”, è in questi giorni al centro delle cronache politiche italiane, e lo sarà molto probabilmente anche la settimana ventura.

Sul progetto, che paradossalmente incontra le più forti resistenze proprio dentro il Partito Democratico, ossia tra i suoi, Renzi sta giocando tutto fino a minacciare, se non passasse, le sue dimissioni (cui presumibilmente farebbero seguito nuove votazioni).

La vicenda, all’apparenza stravagante, merita di venire colta nelle sue ragioni profonde che come al solito giornali e telegiornali non spiegano. Alla radice c’è l’incapacità del Parlamento di svolgere tutte le funzioni che gli vengono attribuite in un sistema “parlamentare puro” come quello italiano. Prima di ogni altra cosa un Parlamento è un organo di rappresentanza di interessi immediati dei quali è chiamato a fare sintesi. Un Governo invece è, o comunque dovrebbe essere, uno strumento di espressione di interessi diffusi, anzi possibilmente del bene comune. Se, come accade in Italia, il Parlamento è anche l’organo che nomina e revoca il Governo  quest’ultimo resta costantemente in balìa di qualunque interesse particolare che sia forte quanto basta per farlo cadere o quanto meno per impedirgli di procedere. Stando così le cose, per urgente che sia,  qualunque seria riforma diventa impossibile.

Per uscire da tale vicolo cieco  si possono imboccare due strade, una democratica e un’altra  che lo è molto meno. Quella democratica consiste nel dare stabilità al governo facendolo votare direttamente dal popolo come peraltro accade nei Cantoni svizzeri. In quanto rappresentanza di interessi specifici il Parlamento viene eletto in modo proporzionale, mentre in quanto espressione di sintesi dell’interesse comune del Paese il Governo viene eletto con meccanismi che implicano di fatto un “premio di maggioranza”. Oppure, come nel caso dei Cantoni svizzeri, con un sistema che porta al formarsi di governi ove siedono soltanto esponenti delle forze politiche maggiormente votate. In un caso o nell’altro Parlamento e Governo, non potendo puntare l’uno ad abbattere l’altro, sono costantemente spinti a cercare un ragionevole compromesso tra le loro eventuali divergenze.

La strada molto meno democratica è invece quella che ha deciso di imboccare Renzi: è la strada che consiste nel dare stabilità al Governo a spese del Parlamento,  che viene perciò annichilito. E’ un obiettivo cui egli sta puntando da una parte con una riforma costituzionale, peraltro non ancora giunta al voto definitivo, che toglie al Senato il potere di votare sul governo e lo trasforma in una camera non elettiva con poteri limitati; dall’altra con l’Italicum che  in nome della “governabilità” indebolisce la funzione  originaria e tipica della Camera, quella cioè di essere appunto un luogo di  rappresentanza proporzionale degli interessi e dei territori. L’elemento- chiave dell’Italicum è infatti l’introduzione di un “premio di maggioranza” in forza del quale viene attribuita la maggioranza assoluta dei seggi alla lista che —  se non al primo turno almeno in un secondo turno di ballottaggio — ha raccolto la maggioranza relativa  dei voti degli elettori: basterà insomma avere il 35-37 per cento dei voti per ottenere oltre il 50 per cento dei seggi della Camera. In forza dell’Italicum in ognuna delle nuove 100-120 circoscrizioni, con una media di circa 500 mila abitanti,  il capolista viene comunque eletto (se la sua lista raccoglie voti quanti ne bastano per eleggere almeno un deputato) mentre per tutti gli altri valgono i voti di preferenza. Per definizione i deputati eletti in forza del “premio di maggioranza” non hanno poi alcun specifico legame con il territorio e con gli elettori, mentre i capilista in pratica non sono eletti bensì vengono designati dai leader dei loro rispettivi partiti. La somma di tutti questi meccanismi fa sì che il leader del partito di maggioranza diventi anche il dominus del Parlamento tanto più se, come Renzi, è pure capo del governo. Ecco dunque perché lo scontro politico in corso a Roma è meno stravagante di quanto a prima vista sembrerebbe.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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