Scontro Renzi/sindacati sulla scuola statale in Italia: i problemi sul tappeto e il nocciolo della questione

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 15 maggio 2015

Lo scontro in corso in Italia tra il governo Renzi e i sindacati storici degli addetti (docenti e non docenti) della scuola statale è comunque un evento di rilievo della cronaca politica della vicina Repubblica. Nel medesimo tempo però vale anche come caso interessante della crisi complessiva degli Stati dell’Europa occidentale, le cui finanze riescono sempre meno a sostenere il peso dei servizi sociali a diretta gestione statale, caratterizzati da un continuo aumento dei costi di regola accompagnato da una continua diminuzione della qualità sostanziale del servizio prestato. Il fenomeno è particolarmente grave nei grandi Paesi, dove i servizi sono perciò di massa, e dove quindi non funzionano nemmeno quei meccanismi spontanei di controllo sociale e di responsabilità reciproca che caratterizzano le comunità di più piccola dimensione.

In Italia la scuola statale, governata direttamente da Roma (salvo i casi della Val d’Aosta/Vallée d’Aoste e del Trentino-Alto Adige/Sűd Tirol), è un organismo mastodontico. Nell’anno scolastico 2011-2012 gli scolari e studenti delle scuole statali italiane erano 7.865.445 e gli insegnanti 765.000: circa uno ogni 10 allievi. Benché lo Stato scarichi sui comuni e sulle esecrate province la costruzione e la gestione degli stabili ove alloggia le proprie scuole, la sua spesa nel settore ammonta a circa 57 miliardi di euro all’anno, oltre 7.300 euro per ogni studente. Le scuole paritarie sono complessivamente frequentate (dalla materna alla secondaria di 2° grado) da poco più di un milione di studenti e ricevono dallo Stato contributi per 511 milioni di euro: briciole, poco più di 401 euro per allievo. Quando dunque sui telegiornali italiani si ascoltano manifestanti protestare contro il preteso dissanguamento della scuola non statale a favore di quella paritaria la cosa va intesa soltanto come sintomo dell’accecamento ideologico di chi parla e di chi lo ha…caricato a molla perché parlasse così. Lo stipendio dei docenti è iniquamente basso in proporzione alle capacità professionali richieste e all’importanza sociale della funzione, ma il loro numero è enorme, ben superiore alla necessità: sono uno ogni dieci alunni, mentre nelle scuole italiane le  classi hanno in media 20 alunni. Gestiti burocraticamente e pagati (male) tutti allo stesso modo a prescindere dalla qualità e dei risultati del loro lavoro i docenti sono una specie di moderno proletariato che i sindacati storici fanno di tutto perché rimanga tale. Fra di loro vi sono poi molti docenti esperti ed appassionati, che però lo sono di loro iniziativa e per personale impegno; non perché dalla macchina burocratica in cui sono inseriti provengano impulsi in tal senso. Da oltre mezzo secolo a questa parte infatti la scuola dello Stato viene usata in Italia più come ammortizzatore sociale che come agenzia educativa: come via traversa per risolvere il problema della disoccupazione di masse di laureati, per lo più meridionali, con poche speranze di trovare un posto di lavoro altrove.

In questo quadro la vera riforma consisterebbe nella restituzione alle famiglie e agli studenti del diritto di scegliere docenti e scuola. Se ciò fosse,   sia pure in una forma come quella delle charter schools statunitensi, quasi automaticamente tutti i problemi di qualità dell’insegnamento, di motivazione dei docenti e di loro adeguata rimunerazione si risolverebbero. Nella riforma proposta da Renzi invece si introducono novità con cui si pretende di risolvere i problemi di cui sopra, ma in una scuola dello Stato  che  conserva intatta la sua struttura burocratica piramidale. Senza toccare la  radice del problema si cerca di risolverlo introducendo elementi di managerialità da industria privata in una scuola  che continua a essere un mastodonte statale. Ai dirigenti scolastici (quelli che un tempo si chiamavano presidi) si dà la possibilità di scegliere gli insegnanti per la loro scuola attingendo a un albo territoriale; e si apre alla possibilità che i contribuenti possano destinare a singole scuole a loro scelta un contributo pari al 5 per mille delle loro imposte sul reddito. Apriti cielo! Per la Cgil e gli altri sindacati storici così si lede, “il diritto costituzionale della libertà di insegnamento” poiché si affida a un singolo, “il dirigente scolastico (…), la totale discrezionalità su chi debba insegnare o meno”; e si mira a spaccare la scuola tra istituti di serie A e istituti di serie B.

Contro la riforma presentata dal governo lo scorso 5 maggio è stato indetto uno sciopero nazionale  che ha raccolto vasta adesione. Non c’è da sorprendersene: in un’economia ormai ben lontana da quella cui così bene si applicavano le ricette  a suo tempo elaborate da Marx e dai suoi, gli addetti alla scuola statale, opportunamente proletarizzati negli ultimi decenni, sono divenuti l’ultimo grande  proletariato. Stando così le cose ai sindacati storici interessa una cosa sola: farli diventare sempre più tali. Per questo è indispensabile che godano di uguali condizioni economiche e normative a prescindere dalla qualità del servizio prestato. Solo così infatti una categoria proletarizzata resta compatta: in forza cioè di un meccanismo perverso che piega i più capaci e i più responsabili agli interessi dei meno capaci e meno responsabili.

Un problema nel problema è poi quello dei cosiddetti “insegnanti precari”, che sono circa 200 mila. Si tratta del frutto perverso della politica irresponsabile di quei governi che, senza più indire concorsi volti all’assunzione in servizio di coloro che li avessero vinti, hanno promosso nel tempo corsi di abilitazione e meccanismi simili in forza dei quali sono stati “abilitati” ovvero dichiarati “idonei” più docenti di quanti ne servivano facendo loro credere che un giorno o l’altro avrebbero raggiunto il traguardo del posto fisso. In realtà nella scuola c’è posto per uno solo di loro ogni quattro: circa 50 mila su 200 mila. Nel quadro della prospettata riforma il governo si è già impegnato ad assumerne 100 mila, ossia il doppio del necessario, ma per i sindacati della scuola non bastano. Pretendono l’assunzione anche degli “idonei” rimasti ancora fuori, ossia altre 100 mila persone. Della sorte di questa gente lo Stato ha certamente il dovere di preoccuparsi. La soluzione andrebbe però cercata in programmi di riqualificazione e di riorientamento, e non in una scuola dove non c’è bisogno di loro.

Pur nei limiti della filosofia statalista che li contraddistingue, Renzi e i suoi tuttavia stanno continuando sulla loro strada; e in tale prospettiva hanno finalmente osato violare il tabù dell’intoccabilità dei sindacati storici della scuola, che sono in effetti delle vere e proprie corporazioni. Parlando a Pesaro lo scorso 10 maggio il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi, ha detto  tra l’altro: “La scuola solo in mano ai sindacati funziona? Io credo di no”. Sono bastate queste poche parole, perché la  Cgil reagisse in modo furibondo accusandola di “arroganza” e di “disprezzo della democrazia”. La battaglia insomma è in corso, e vale la pena di seguirla  attentamente.

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Scontro Renzi/sindacati sulla scuola statale in Italia: i problemi sul tappeto e il nocciolo della questione

  1. leo aletti ha detto:

    sulla politica italiana, dal basso non vuol dire abbandonare il palazzo. L’ Aventino lo conosciamo, i cattolici dentro il palazzo non devono dimenticare i principi non negoziabili, come vorrei fare politica per dire questo. Leo Aletti

    • Robi Ronza ha detto:

      Se, di là dell’inevitabile semplificazione del titolo, leggi con attenzione il paragrafo conclusivo puoi verificare che non penso a un Aventino. Penso a un diverso punto di gravitazione di un impegno che tuttavia non esclude in assoluto e per sempre la prospettiva di responsabilità politiche dirette.

      RR

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