Ridurre la Chiesa a cappellano della mentalità corrente è un errore e una sciocchezza: ridotta così, la fede non interessa a nessuno

Se il cristianesimo fosse nato nel nostro secolo, La Nuova Bussola Quotidiana, 22 maggio 2015

In larga parte dell’Europa e del Nord America, non solo per la Chiesa ma anche per la causa della libertà in genere, la situazione è peggiore di quanto si potesse immaginare: è questo, se si va anche oltre all’ immediato, il succo che si può ricavare dell’esito delle consultazioni promosse dalle conferenze episcopali della Germania e di altri Paesi dell’Europa nord-occidentale  in vista dell’ormai imminente Sinodo per la Famiglia. Al di là dei singoli giudizi l’idea di fondo è la seguente: la Chiesa deve seguire le opinioni più comuni e diffuse, o comunque non distanziarsene troppo. Facendo leva su una comprensione equivoca di lodevoli concetti come quello di “ascolto”, e di fondamentali virtù come quella di “misericordia”, si arriva dritti alla pretesa che il magistero si trasformi nel docile cappellano dell’ordine costituito e della cultura dominante del momento, quali che essi siano. Un orientamento che – come i fatti dimostrano – non contribuisce affatto a frenare la  crisi del  cristianesimo in Occidente. Ridotta così  l’esperienza cristiana non ha ovviamente nulla di interessante.

Diverso in quanto all’origine ma identico in quanto al risultato è poi l’atteggiamento di chi, pur partendo da posizioni a prima vista non così subalterne, dà certe battaglie per perse e quindi non meritevoli di venire combattute. Facciamo ad esempio il caso di chi ritiene che in Italia non valga la pena di opporsi con fermezza all’introduzione dello pseudo-matrimonio tra omosessuali perché “in tutto il resto d’Europa c’è, e presto o tardi arriverà anche da noi”. Tra l’altro in realtà esiste finora soltanto in 9 Stati membri dell’Unione Europea su 28 più due che non fanno parte dell’Unione, ma soprattutto non si vede perché mai l’Italia non abbia il diritto, anzi il dovere di assumere posizioni alternative a quelle di altri Paesi. Curiosamente in una tale prestabilita arrendevolezza si ritrovano le tracce di un pregiudizio di matrice illuministica: quello secondo cui i Paesi dell’Europa occidentale che non hanno accolto la Riforma, restando perciò di tradizione cattolica, si sono condannati a un costante ritardo nel processo di ammodernamento. Un ritardo cui non possono rimediare se non cogliendo al volo ogni occasione per accodarsi a ciò che accade e si legifera nel Nord Europa. Non si può sfogliare un numero de la Repubblica o de L’Espresso senza imbattersi in continuazione negli echi di questo luogo comune che poi rimbalza ovunque sulle più diverse testate che ad essi fanno riferimento, dai giornali di moda a quelli di gastronomia, di salute e benessere e così via.

Se fra le comunità della Chiesa primitiva avesse prevalso questo modo di pensare la fede cristiana non sarebbe nemmeno uscita dalla Palestina; e anche  lì, salvo interventi provvidenziali, si sarebbe molto probabilmente presto estinta. A questo punto, essendo indubbio che il mondo in cui viviamo assomiglia di più al Tardo Antico (quello che un tempo veniva chiamato Basso Impero) che al secolo scorso, diventa quanto mai di grande interesse la lettura de La conversione al cristianesimo nei primi secoli, il capolavoro di Gustave Bardy  edito per la prima volta in  italiano a cura di Jaca Book nel 1975 e poi ristampato nel 2012. Come Bardy attesta ampiamente, il cristianesimo ebbe la sua prima diffusione in un’epoca e in un mondo lontanissimi dall’antropologia cristiana, e dove quindi – tra le molte altre cose – pure la cultura dominante in tema di famiglia, sessualità, valori comuni e così via risultava diversissima da quella tipicamente cristiana, e anzi in pieno contrasto con essa. Né si deve pensare che perciò i primi cristiani ne avessero istantaneamente tirato tutte le conseguenze. Nelle lettere apostoliche, e in particolare in quelle di San Paolo, si leggono diversi richiami da cui si capisce che non era affatto così. Come bene si capisce leggendo Bardy c’era però una salutare differenza rispetto ad oggi: né San Paolo e gli altri apostoli avevano annacquato il loro vino, né dai primi cristiani venivano richieste in tal senso. Sapevano bene dove si dovesse puntare anche se poi talvolta non ce la facevano.

E’ pur vero che, malgrado ogni altra durezza, i cristiani primitivi avevano un vantaggio su quelli di oggi: almeno in una prima fase l’ordine costituito, l’Imperatore, o li ignorava o li perseguitava senza loro chiedere nulla. Da questo punto di vista oggi siamo in una situazione diversa: è evidente che, nella misura in cui il nichilismo e il relativismo diventano una cultura di massa, l’Occidente non è in grado di reggere la pressione dell’espansionismo islamista, e in genere di reggere qualsiasi sfida di qualche rilievo. Non volendo né potendo contrastare tale deriva, il potere cerca allora di arruolare le “religioni”, quindi anche la Chiesa e i cristiani. Un cristianesimo ridotto a sentimentalismo e a  culto civile, meglio se vagamente intrecciato con altre fedi, viene visto come un utile baluardo contro le invasioni barbariche del nostro tempo, che in attesa di diventare anche sempre più fisiche al momento sono in primo luogo spirituali e culturali. In effetti non è vero, ma soprattutto è il caso di prestarsi a questo gioco? A nostro avviso no.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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