In memoria di Tarek Aziz (1936 – 2015)

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 8 giugno 2015

L’ex ministro degli Esteri dell’Iraq di Saddam Hussein, Tarek Aziz, 79 anni, è morto venerdì scorso a Bagdad, dove era detenuto dal 2003. La notizia è stata diffusa dall’attuale governo iracheno.  Da tempo seriamente ammalato (soffriva di insufficienza cardiaca e respiratoria, diabete, pressione alta), aveva negli tempi subito diversi ictus ed era in carrozzella. Per questo la famiglia, che vive in esilio in Giordania, aveva chiesto invano la sua scarcerazione per motivi di salute. Un ulteriore attacco cardiaco gli è stato fatale. Aveva ricevuto il giorno prima la visita in carcere della moglie Violet. La figlia Zeinab aveva poi riferito a un corrispondente dell’Associated Press che nel corso di quell’ultimo incontro con la moglie era apparso immobile e incapace di parlare: “Non le ha detto nulla, la guardava e basta. E’ davvero triste che se ne sia dovuto andare così”. Ormai già da anni il suo non era più un caso politico e nemmeno giudiziario ma semplicemente un caso umano.

Nato nel 1936 in una famiglia cattolica caldea dell’Iraq del Nord, Tarek Aziz (in realtà uno pseudonimo, il suo vero nome era Mikhail Yuhanna) era un professore di letteratura inglese  passato alla politica. Unico membro non musulmano del governo di Saddam Hussein,

ministro degli Esteri dal 1983 al 1991 e vicepresidente dell’Iraq dal 1979 fino all’attacco americano e alla conseguente caduta del regime nel 2003, Tarek Aziz  fu l’alter ego presentabile  del presidente-dittatore iracheno Saddam Hussein.  Nei febbrili mesi che precedettero tale attacco, Tarek Aziz era divenuto una presenza abituale sulle prime pagine dei giornali e dei telegiornali europei. Venne tra l’altro ricevuto a Roma da Giovanni Paolo II, e si recò pure ad Assisi in pellegrinaggio alla tomba di San Francesco. Il Papa vedeva chiaramente che giocando contro Saddam Hussein la carta della guerra (invece di quella dell’uscita di scena concordata, come già era stato fatto in Cile con Pinochet) si sarebbe provocato lo sconquasso che infatti poi puntualmente si verificò. Pertanto la Santa Sede fece tutto ciò che poteva per evitare quell’ “avventura senza ritorno”. In tale quadro Tarek Aziz  ebbe ovviamente una parte di primo piano. Arresosi agli occupanti americani il 24 aprile 2003 dopo alcune settimane di latitanza, venne più tardi consegnato alle autorità del nuovo governo istituito sotto la protezione degli Stati Uniti che, dopo anni di carcere senza processo, lo portarono dinnanzi a vari tribunali finché nel 2010 venne condannato a morte. In quanto esponente di primo piano del regime di Saddam Hussein le responsabilità politiche di Tarek Aziz sono obiettive. Ben altro discorso si può fare invece riguardo alle responsabilità morali soggettive, tanto e vero che persino i giudici dei tribunali speciali cui venne sottoposto faticarono molto a trovare motivi per condannarlo alla pena capitale, più tardi tramutata in carcere a vita.

Personalmente la vicenda umana, oltre che politica, di Tarek Aziz mi colpì  sin da quando il 9 gennaio 1991 ebbi modo di vederlo all’opera per la prima volta. Fu a Ginevra dove, insieme a molti altri giornalisti di ogni parte del mondo, come inviato del Giornale del Popolo  seguii allora la giornata dei suoi colloqui con il Segretario di Stato americano James Baker, l’ultimo tentativo che venne fatto per scongiurare quella che sarebbe poi passata alla storia come la guerra del Golfo. Sia lui che, almeno fino a un certo momento, anche Baker cercarono con autentica buona volontà di evitare le lacrime e il sangue di una guerra incombente. E una soluzione ragionevole alla crisi provocata dall’invasione irachena del Kuwait era stata prospettata finché dall’altra sponda dell’Atlantico venne evidentemente l’ordine a Baker di far fallire l’accordo. Dopo quella guerra e poco prima di quella successiva ebbi quindi occasione – non in veste di giornalista — di essere presente a colloqui con Tarez Aziz rispettivamente a Bagdad e a Roma. In tutte e due le circostanze mi parve, come già ebbi modo di scrivere,  un uomo che, stretto nella macina di forze da ogni lato ben più grandi di lui, cercava di fare tutto quanto di meglio poteva per il suo Paese contribuendo anche così a rendere più facile o comunque meno difficile l’ardua sorte dei cristiani iracheni.  Certamente è stato pure compagno di viaggio di un dittatore sempre pronto a spargere sangue.  Tuttavia gli anni che ha  vissuto in carcere — a lungo sotto l’ incombenza della pena di morte e poi comunque nella solitudine e  nella malattia — sono stati a mio avviso una pena umanamente sproporzionata alle sue colpe.

 

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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