L’incontro del Papa con Putin: per quali buoni motivi

Il Papa conta anche su Putin per la pace in Ucraina, La Nuova Bussola Quotidiana, 13 giugno 2015

L’annuale incontro del G 7, ossia del gruppo delle sette principali economie industriali dell’Occidente (tra cui l’Italia), iniziato domenica 7 e conclusosi lunedì 8 giugno , e la visita al Papa Francesco del leader russo Vladimir Putin dello scorso mercoledì 10 giugno sono i due eventi internazionali di maggiore rilievo della settimana che ora si conclude. Si tratta in effetti di due eventi che hanno un non conclamato ma evidente nesso tra loro. Da due anni quello che era nel 1998 divenuto G 8, a seguito dell’ingresso della Russia nel “club”,  è tornato a essere G 7, come era stato sin dalla sua nascita nel 1976. Nel 2014  la Russia venne, come si disse, sospesa a seguito della crisi  che ha portato alla sua annessione unilaterale della Crimea; e tale sospensione è stata ribadita pure quest’anno.  Frattanto l’Occidente ha comminato alla Russia sanzioni di cui tra l’altro in Europa paga soprattutto le spese l’Italia. Si tratta infatti di sanzioni selettive  che colpiscono in particolare l’interscambio di prodotti agro-alimentari, di arredamento, di abbigliamento; non invece altri comparti che più interessano, ad esempio, la Germania.

Tagliato fuori dal vertice del 7-8 giugno, cogliendo l’occasione dell’Expo di Milano Putin si è ciononostante organizzato una sua comparsa “parallela” sulla scena internazionale.  Poco dopo che tale vertice si era  concluso è venuto a Milano a visitare l’Esposizione.  Nella circostanza ha incontrato il nostro premier Matteo Renzi (subito per questo ammonito da lontano dal presidente Usa Barak Obama) per scendere poi a Roma. Qui, dopo una visita di cortesia al nostro presidente della Repubblica, nel  pomeriggio di mercoledì Putin è stato ricevuto da Papa Francesco per un colloquio senza testimoni, durato circa 50 minuti, che  era l’evidente clou del viaggio. “Come era possibile prevedere nel contesto della situazione mondiale”, si legge nel comunicato quindi diffuso al riguardo dalla Sala Stampa vaticana, “il colloquio è stato dedicato principalmente al conflitto in Ucraina ed alla situazione nel Medio Oriente”.

“Circa la situazione riguardante l’Ucraina”, si legge ancora nel comunicato,  “il Santo Padre ha affermato che occorre impegnarsi in un sincero e grande sforzo per realizzare la pace, e si è convenuto sulla importanza di ricostituire un clima di dialogo e che tutte le parti si impegnino per attuare gli accordi di Minsk. Essenziale anche l’impegno per affrontare la grave situazione umanitaria, assicurando fra l’altro l’accesso agli agenti umanitari e con il contributo di tutte le parti per una progressiva distensione nella Regione. Per quanto riguarda, invece, i conflitti in corso nel Medio Oriente, sul territorio della Siria e dell’Iraq è stato sostanzialmente confermato quanto già condiviso circa l’urgenza di perseguire la pace con l’interessamento concreto della comunità internazionale, assicurando nel frattempo le condizioni necessarie per la vita di tutte le componenti della società, comprese le minoranze religiose e in particolare i cristiani”.

Al di là degli specifici contenuti del colloquio,  che pur nella consueta vaghezza del linguaggio diplomatico sembrano essere tutt’altro che irrilevanti, conta in primo luogo il fatto che sia avvenuto e  che abbia avuto la significativa durata che ha avuto. Che cosa il Papa ha voluto dire e dirci ricevendo Putin subito dopo la conclusione del vertice  da cui era stato escluso e dando all’incontro un evidente significato di grande rilievo? A mio avviso ha voluto in primo luogo fare un gesto di attenzione non tanto per Putin quanto per  la Russia, e ricordare ai grandi del G 7 che isolare la Russia, prescindere dalla Russia non è affatto di aiuto alla causa della pace. Questo non significa accreditare Putin o la sua politica. Giustamente in quanto Papa, quindi in quanto sacerdote, il Papa parla con tutti; e spesso ovviamente coloro con cui parla sono, per dirla con le parole del vangelo, pubblicani e peccatori. Così fecero i suoi  predecessori, compresi i più immediati, e così fa Papa Francesco. Tra l’altro è proprio per questo che incontri del genere avvengono in tutto o in parte a porte chiuse. Perché, come una volta mi spiegò un prelato vaticano, il capo di stato o di governo in visita potrebbe anche desiderare di parlare col Papa in quanto sacerdote.

Al di là di tutto questo, e tornando al caso specifico, mi sembra chiaro che Papa Francesco veda con preoccupazione che gli Stati Uniti accompagnino il loro incipiente ritiro strategico dall’area euro-mediterranea con politiche volte non solo a non far diminuire ma anzi a far crescere gli attriti sia nel Vicino Oriente che nell’Europa centro-orientale.  In questo senza dubbio Putin ci mette del suo, ma non è lui a condurre il ballo, non perché non ne avrebbe il desiderio ma perché non ne ha la forza. Non è tuttavia né giusto né conveniente umiliare un governo e un popolo in cui perciò crescono  sentimenti di nazionalismo aggressivo che potrebbero esplodere con danno per tutti quando la Russia riuscisse ad avere più forza di quella che ha adesso. L’Europa avrebbe pertanto ottimi motivi per seguire nei riguardi di Mosca più la via indicata da Papa Francesco che quella pretesa da Barak Obama. Questo beninteso non esclude affatto la fermezza nelle trattative, ma è molto diverso se tale fermezza punta al raggiungimento di una soluzione della crisi onorevole per tutte le parti in causa oppure a soluzioni orientate a “punire” un governo anche a costo di umiliare il popolo che comunque tale governo rappresenta.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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