Riforma della scuola: l’unica strada per farla davvero è quella che Renzi non osa percorrere

La “Buona Scuola” che Renzi non ha fatto, La Nuova Bussola Quotidiana, 19 giugno 2015

Nel tentativo di evitare un rinvio che equivale a un fallimento, il governo ha ottenuto  che venisse rimandata a martedì prossimo la ripresa del dibattito in commissione al Senato del suo progetto di riforma della scuola. Vedremo dunque in questi giorni se riuscirà nell’ impresa. Sin qui tutte le riforme della scuola o hanno peggiorato la situazione o sono finite nel nulla, comprese quelle avviate sotto i governi Berlusconi. E’ perciò il caso di domandarsi se la scuola italiana sia riformabile o se invece non vada riorganizzata radicalmente andando oltre il regime di monopolio statale su cui si fonda.

La scuola statale italiana è un organismo mastodontico. Nell’anno scolastico 2011-2012 i suoi scolari e studenti erano 7.865.445 e gli insegnanti 765.000. Benché lo Stato scarichi sui comuni e sulle esecrate province la costruzione e la gestione degli stabili ove alloggia le proprie scuole, la sua spesa nel settore ammonta a circa 57 miliardi di euro all’anno, oltre 7.300 euro per ogni studente. Le scuole paritarie sono invece complessivamente frequentate (dalla materna alla secondaria di 2° grado) da poco più di un milione di studenti e ricevono dallo Stato contributi per 511 milioni di euro: briciole, poco più di 401 euro per allievo. Quando dunque si sente protestare contro il preteso dissanguamento della scuola statale a favore di quella paritaria la cosa va intesa soltanto come sintomo dell’accecamento ideologico di chi parla e di chi lo ha…caricato a molla perché parlasse così.

Lo stipendio dei docenti è iniquamente basso in proporzione alle capacità professionali richieste e all’importanza sociale della funzione, ma il loro numero è ben superiore alla necessità. Secondo le statistiche dell’Ocse c’è in Italia un insegnante ogni 11,7 scolari e studenti,  quando in Gran Bretagna ce n’è uno ogni 17,3, in Germania ogni 16,1, in Francia ogni 14,5. Diversamente dunque da quanto si sta dicendo la scuola statale italiana non ha bisogno né di più soldi né di più insegnanti. I suoi sono problemi non di quantità ma di qualità. Gestiti burocraticamente e mal pagati, gli insegnanti sono una specie di moderno proletariato che i sindacati storici fanno di tutto perché rimanga tale. Si aggiunga che da decenni la politica  usa la scuola statale più come ammortizzatore sociale che come agenzia educativa: come via traversa per risolvere il problema della disoccupazione di masse di laureati, per lo più meridionali, con poche speranze di trovare un posto di lavoro altrove. Con tutto questo ci sono di certo nella scuola statale  molti docenti esperti ed appassionati, che però lo sono di loro iniziativa e per personale impegno; non perché dalla macchina burocratica in cui sono inseriti provengano impulsi in tal senso.

Con la riforma da lui proposta Renzi cerca di risolvere il problema senza toccarne la radice introducendo elementi di managerialità  in una scuola  che continua a essere un mastodonte burocrarico. Nella versione rimaneggiata dalla Camera il progetto ha già perso parecchio della sua pur modesta carica innovativa. Le nuove responsabilità di gestione che si volevano attribuire ai dirigenti scolastici (quelli che un tempo si chiamavano presidi) si sono ridotte,  è stata eliminata la possibilità per i contribuenti di destinare a singole scuole a loro scelta il  “5 per mille”, e si è tornati al salario uguale per tutti riducendo a poco o niente il premio al merito. Solo così infatti una categoria proletarizzata resta compatta: in forza cioè di un meccanismo perverso che piega i più capaci e i più responsabili agli interessi dei meno capaci e meno responsabili.  A questo riguardo la reazione dei sindacati storici è stata veemente, e per motivi comprensibili (dal loro punto di vista): nella misura in cui gli insegnanti della scuola statale vengono riconosciuti come professionisti della docenza, e non più come massa proletaria pagata e trattata in modo indifferenziato, i sindacati storici non sono più in grado di rappresentarli efficacemente.

In altri tempi il punto sulla situazione sarebbe stato fatto in Parlamento. Renzi invece l’ha fatto l’altro ieri da par suo con un “post” su Facebook. “Il ddl Buona Scuola  prevede centomila professori in più”, scrive il premier, “una diversa organizzazione basata sull’autonomia, più soldi per la formazione e finalmente il merito nella valutazione. Per la prima volta un Governo mette più soldi (tanti) sulla scuola perché per noi è strategico. Basta coi tagli alla scuola, investiamo finalmente!”. “Discutiamo, facciamo modifiche”, scrive ancora Renzi, “ma poi votiamo. Altrimenti saltano gli investimenti (…) puoi assumere solo e soltanto se cambi il modello organizzativo. Dare più professori alle scuole impone l’autonomia degli istituti e una diversa organizzazione. Altrimenti la scuola diventa ammortizzatore sociale per i precari e non servizio educativo per i nostri ragazzi e le famiglie. Assumiamo i professori per metterli a lavorare, in un sistema organizzativo diverso (e questo spiega il ruolo del preside, su cui si può discutere, ma qualcuno che decide nella scuola dell’autonomia ci vuole. O pensiamo di andare avanti con le circolari da Roma?)” “A regime normale si assumono ogni anno 20 mila persone. Noi investiamo sulla scuola e proponiamo di farne 100 mila. I precari – che sono tre volte tanto – vorrebbero essere assunti tutti e ovviamente non è possibile perché si entra nella scuola vincendo un concorso non altrimenti (…)”. Ciò dà immediatamente il senso del divario, anzi del baratro tra le buone intenzioni di Renzi e i fatti.  Come abbiamo visto la prima cosa di cui la scuola statale italiana avrebbe bisogno per  migliorare non sono altri soldi e nemmeno un’imbarcata di altri 100 mila insegnanti. Di soldi ne ha già tantissimi e di insegnanti ne ha già troppi. Poi magari il governo deve piegarsi a dare altri soldi e ad assumere 100 mila nuovi insegnanti in piena contraddizione con il suo conclamato impegno a non usare la scuola statale come ammortizzatore sociale. Almeno però non se ne vanti e non spacci questi cedimenti come pietra angolare della presunta riforma.

La via maestra per una vera riforma è una sola e consiste nella restituzione alle famiglie e agli studenti del diritto di scegliere docenti e scuola. Se ciò fosse ben presto tutti i problemi di qualità dell’insegnamento, di motivazione dei docenti e di loro adeguata rimunerazione si risolverebbero. Una riforma del genere richiede certamente del coraggio poiché implica uno scontro frontale con i sindacati storici del personale della scuola statale, ma per uscire dall’attuale ribollente ma stagnante palude non c’è altra via.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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