L’Unione Europea ha un motore neo-autoritario: bisogna cambiarlo (prima che sia troppo tardi)

Il nuovo autoritarismo dell’Ue, La Nuova Bussola Quotidiana, 4 luglio 2015

Il caso della nomina del nuovo direttore dell’Agenzia dell’Unione Europea per i diritti umani, posto per il quale i due candidati che hanno raccolto più consensi sono entrambi dei militanti del movimento LGBT (cfr. “Ue, a capo dell’Agenzia per i diritti un campione della lobby gay”, La Nuova Bussola Quotidiana, 3 luglio 2015) pone un problema che va anche oltre il pur grave caso specifico. Un caso del genere non è un incidente, bensì una logica conseguenza di un sistema istituzionale, quello dell’Unione Europea, che è caratterizzato da una sostanziale mancanza di controllo di politico e di legittimazione democratica. Un sistema così caratterizzato, infatti, è il campo d’azione ideale di lobbies di ogni genere. La lobby LGTB se ne sta avvalendo egregiamente, ma non è certo l’unica a farlo. I più diversi gruppi di pressione mobilitati in nome dei più diversi opachi interessi si muovono sul medesimo terreno. Non avendo affatto il Parlamento europeo, ossia l’unica istituzione di rappresentanza democratica del sistema, un ruolo politico proporzionato,  le lobbies o gruppi di pressione non hanno alcuna necessità di confrontarsi con esso.  Risulta loro molto più conveniente aprirsi dei varchi nell’apparato burocratico della Commissione e promuovere gli interessi cui sono preposti muovendosi in modo tanto esperto quanto spregiudicato nella selva dell’attività amministrativa dell’Ue e nella galassia delle sue Agenzie.

L’errore è all’origine, ossia nell’avere istituito un’unione pseudo-federale in forma di trattato fra Stati. Ne è nata così un’unione europea in cui il popolo europeo non conta niente. Alla base di essa non ci sono i cittadini ma gli Stati. Questi ultimi però a loro volta contano ben poco. Se infatti si vanno a leggere i trattati dell’Unione Europea (noti col nome di “trattato di Lisbona”) ci si accorge che votandoli gli Stati membri hanno dato vita a un centro di potere che innanzitutto assorbe la massima parte di  quelle che erano le loro prerogative sovrane. Tra competenze esclusive, competenze concorrenti e ambiti in cui “l’Unione ha competenza per svolgere azioni intese a sostenere, coordinare o completare l’azione degli Stati membri” (trattato sul funzionamento dell’Unione, art. 6) gli Stati sono ridotti a prefetture della Commissione Europea.

Non solo: l’Unione si configura come un sovrano con poteri “etici” che assomigliano molto di più a quelli dei sovrani assoluti dell’Ancièn Regime che a quelli “laici” dei capi di governo delle democrazie affermatesi in Europa nei secoli XIX e XX. Chi non ci crede vada a leggersi ad esempio l’art. 3 del trattato istitutivo dell’Unione. Alla Commissione, ovvero alla segreteria di un’unione che in effetti è un’alleanza fra Stati, vengono affidati compiti che in democrazia possono avere senso (e fino a un certo punto) solo nella misura in cui vengono esercitati da un governo eletto e controllato da un parlamento eletto. Nel caso dell’Ue invece non si dà né l’uno né l’altro. A solo vantaggio della burocrazia e delle lobbies l’Unione europea ha due teste: una, la Commissione, nominata dai governi degli Stati membri e non eletta dal popolo, e l’altra, il Consiglio Europeo, composto di capi di governo democraticamente legittimati a governare i loro rispettivi Stati, ma non a governare l’Unione Europea. E’ come se in Italia, tanto per fare un esempio, fungesse da governo nazionale l’assemblea dei presidenti di Regione.

E’ dunque urgente, prima che sia troppo tardi, esigere con fermezza l’avvio di una rinegoziazione generale dei trattati europei. All’ombra del trattato di Lisbona l’Unione Europea si sta infatti trasformando in una potente macchina istituzionale che muove a spron battuto verso sviluppi di tipo neo-autoritario. Gli europei farebbero bene a fermarla al più presto.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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