Expo 2015: il mancato confronto tra agro-industria e agricoltura biologica, un’altra occasione persa

 Expo, un dialogo rubato all’agricoltura, La Nuova Bussola Quotidiana, 14 luglio 2015

Tra le molte occasioni perdute di Expo 2015 c’è anche quella di un positivo confronto fra l’agro-industria (di regola intensiva, caratterizzata da un largo impiego di Ogm e dall’uso di fertilizzanti e pesticidi di sintesi) da un lato, e dall’altro l’agricoltura artigianale (sempre più spesso biologica).

All’Esposizione universale di Milano le due agricolture coabitano, ma non si confrontano. Da una parte, tanto per fare un esempio, il padiglione del caffè è sponsorizzato dal gruppo agro-industriale Illy, che del caffé è dei maggiori produttori e distributori mondiali; dall’altra però sul grande evento sventola la “Carta di Milano”, un documento largamente influenzato dalla più vieta cultura ambientalista. Nell’area riservata  agli outsider, un’elegante… riserva indiana posta in un’antica cascina (pesantemente) restaurata, è tutto un via vai di Slow Food, di decrescita felice, di Terra Madre e cose del genere. Ovunque altrove il numen loci è invece bel altro, anche se in più di un caso ha il volto del gigante agro-industriale benevolo che finanzia nobili progetti di sviluppo comunitario. Si perde così appunto l’occasione per quel confronto, sin qui mai avvenuto, del quale avemmo già modo di accennare (cfr. “Agro-industria e agricoltura biologica: quale possibile positivo confronto, La Nuovabq, 8 maggio 2015, reperibile anche in questo sito) . Sin qui le due aree continuano a scomunicarsi reciprocamente con esiti distruttivi. Coloro che vorrebbero spazzar via dalla terra gli Ogm sono riusciti a vietarne la coltivazione nel territorio dell’Unione Europea con un solo principale risultato: quello di costringere le industrie alimentari che li utilizzano a importarli dal resto del mondo. Coloro invece che vedono le agro-produzioni artigianali e l’agricoltura biologica come il fumo negli occhi fanno di tutto perché i legislatori, nazionali e internazionali, emanino norme che le rendano impraticabili o che in ogni caso ne rendano i prodotti inesportabili. Gli uni e gli altri si accusano reciprocamente di voler affamare il mondo. Troppo spesso,  sia da una parte che dall’altra della barricata, si cerca di tirare dalla propria parte la legge invece di impegnarsi a convincere il consumatore.

Di fronte alle forme di potere sempre più pervasive che tendono oggi a interferire con i più diversi aspetti della vita quotidiana occorre puntare innanzitutto alla restituzione delle sue prerogative e delle sue responsabilità alla persona: nel caso specifico ciò equivale a restituire al consumatore la sua sovranità. E’questa a mio avviso la via maestra per risolvere la questione non tanto dell’alternativa assoluta tra agro-industria e agricoltura artigianale-biologica, che di fatto non si pone, bensì del rispettivo spazio di queste due forme di produzione di alimenti. I prodotti delle due agricolture vadano sul mercato in modo ben identificato. Sarà poi il consumatore a decidere come sempre decide: ovvero in base a criteri che, non appena si supera il livello della miseria, sono non più soltanto economici ma anche culturali. In quanto poi alla sicurezza alimentare la sua garanzia è ovviamente indispensabile per entrambi i settori. Non è detto però che le procedure utili per garantire la sicurezza di una banana che arriva in Italia dall’America Latina debbano valere anche nel caso di frutta coltivata e commerciata da produttori che vendono su circuiti locali in ambiti dove la prima garanzia, e anche il più efficace,è il controllo sociale reciproco.

Ciò che vale per il consumo vale poi analogamente per tutte le altre fasi del processo fino alla produzione. Quest’ultima non ha soltanto dimensioni tecniche, come talvolta i tecnici pretendono. Altrettanto vi pesano fattori di ordine sociale, culturale, di economia politica. Non esiste un modo più efficiente di produrre in assoluto. Ogni tecnica è anche il frutto di certe condizioni sociali e culturali. Il tipo di agricoltura che va bene per le pianure poco abitate degli Stati Uniti e per le loro popolazioni culturalmente molto uniformi andrebbe malissimo per le colline del Chianti; e non perché il Chianti sia più indietro dello Iowa. D’altro canto c’è sempre una qualche simmetria tra un certa struttura sociale e una certo modo d’uso delle tecniche. Inoltre i prodotti di maggiore qualità sono tali in forza di un valore aggiunto culturale che non si spiega solo sul piano tecnico. Perciò, concludiamo venendo al nostro caso, pretendere di scegliere in assoluto tra agro-industria e ogm da una parte e agricoltura artigianale e biologica dall’altra è una perdita di tempo e di risorse sia umane che materiali.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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