Crisi italiana: senza un “governo di concordanza” venirne fuori è impossibile

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano,  28 luglio 2015

La cattiva amministrazione della città di Roma non è purtroppo una novità. Non da quando è sindaco Ignazio Marino, ma a memoria d’uomo al suo straordinario valore simbolico e al suo altrettanto straordinario patrimonio monumentale fanno mesto riscontro strade piene di buchi, traffico rumoroso e disordinato, raccolta delle immondizie fatta male e con tecniche arretrate, trasporti pubblici discontinui. Come bene sanno i milioni di turisti e di pellegrini che la visitano, Roma in quanto a servizi urbani assomiglia più a una città dell’America Latina che a una città europea. Analogamente gli sperperi e le inefficienze della Regione Siciliana non si possono di certo mettere tutti sulle spalle dell’attuale presidente Crocetta. L’obiettivo immediato della campagna messa in moto dal governo Renzi contro le amministrazioni di Roma e rispettivamente della Sicilia non è certo il loro risanamento bensì l’eliminazione dalla scena politica delle ultime due personalità non “renziane” che nel PD potrebbero ancora fare ombra al premier e segretario generale del partito. I due stanno però resistendo sin qui con successo, il che dimostra quanto all’interno del PD non soltanto l’opposizione a Renzi stia crescendo ma stia anche andando oltre la cosiddetta “vecchia guardia”, ossia il gruppo dei leader storici del vecchio Partito comunista. A causa di tale processo il PD è sempre meno un partito e sempre più invece semplicemente un’area all’interno della quale si muovono gruppi diversi e spesso in lotta tra loro. Lo stesso sta tuttavia accadendo sul versante opposto del sistema politico italiano dove le defezioni dal partito di Berlusconi si moltiplicano: pochi giorni fa anche il toscano Denis Verdini, già figura di primo piano del vertice di Forza Italia, l’ha lasciata insieme a un manipolo di parlamentari suoi amici con cui ha costituito un gruppo ora schierato con Renzi. Tipico personaggio da sotto-governo, Verdini è per Renzi un alleato forse imbarazzante ma ormai indispensabile.

Considerate ad una ad una queste crisi possono sembrare eventi di rilevanza soltanto interna. Considerandole nel loro insieme ci si accorge che sono invece il segno di uno sgretolamento complessivo del sistema di forze su cui poggia l’ordine costituito della politica italiana. E’ difficile perciò prevedere che cosa potrà avvenire da settembre in avanti, alla ripresa dell’attività parlamentare dopo la pausa feriale di agosto, ma di certo la situazione sta cambiando in modo sostanziale. Ciò aiuta anche a capire perché in questo periodo sia ancor più arduo del solito avere in Italia degli interlocutori attendibili.

Se da un lato il Renzi segretario del PD continua la sua battaglia per giungere al totale controllo del partito, il Renzi premier continua la sua marcia alla ricerca di consensi anche al di fuori  dell’elettorato di centro-sinistra. Da una parte, sullo spunto degli inopportuni scioperi in piena stagione turistica dell’Alitalia e dei custodi dell’area archeologica di Pompei, torna a scagliarsi contro i sindacati; dall’altra promette una sensibile riduzione delle imposte. La spesa pubblica italiana sfiora nel suo insieme gli 800 miliardi di euro all’anno, e si mangia oltre il 50 per cento del prodotto interno lordo, Pil, del Paese. Renzi ha promesso di ridurre le imposte di 45 miliardi di euro  entro il 2018. La cifra sembra enorme se confrontata con i nostri personali portafogli, ma in effetti equivale a poco più del 5 per cento dell’attuale spesa pubblica italiana.  Per avere un impatto sensibile  sull’economia italiana, e

allontanare definitivamente lo spettro del suo crollo sotto il peso di una pressione fiscale insostenibile, occorrerebbe una riduzione almeno del 10 per cento, pari a circa 80 miliardi. Si può stare purtroppo certi che Renzi non riuscirà nell’impresa; come peraltro non ci riuscì Berlusconi. Nemmeno Renzi infatti sembra rendersi conto che non ha senso parlare di riduzione delle imposte se in via preliminare non ci si impegna in un colossale programma organico di razionalizzazione della spesa pubblica.  Per avviare un processo del genere occorre tuttavia disporre di un consenso popolare più vasto di quello possibile con un governo di maggioranza. Sarebbe necessario un governo di  concordanza ispirato più alla formula del Consiglio Federale elvetico che a quella dei tradizionali governi italiani.

L’economia italiana non si divide in modo netto tra un settore pubblico improduttivo e inefficiente che vive succhiando risorse, e un settore (per lo più privato) che è invece produttivo ed efficiente. Un reticolo di intrecci collega il primo al secondo. In pratica le famiglie, le imprese, le categorie, i territori sono sia vittime che beneficiari dell’enorme spesa pubblica inefficiente. Solo un governo di concordanza potrebbe sollecitare e mantenere il forte consenso popolare che un’operazione del genere richiede. E’ vero che ci sono settori e territori che sono soprattutto vittime e altri che sono soprattutto beneficiari dell’attuale sistema. Chi è quasi esclusivamente vittima dell’eccesso di pressione fiscale  non forma però un blocco così vasto e così compatto da ridurre a poco o niente il costo sociale di un autentico processo di razionalizzazione generale della spesa pubblica. S’impone perciò una svolta davvero radicale rispetto all’attuale assetto del sistema politico italiano. Una svolta che tuttavia non è ancora all’orizzonte.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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