Israele, Palestina: le colonie ebraiche, un macigno sulla via della pace

Colonie ebraiche: smantellarle è l’unica soluzione, La Nuova Bussola Quotidiana, 2 agosto 2015

Che il premier israeliano Benjamin Netanyahu abbia così duramente condannato l’attacco incendiario dell’altro ieri alla casa di una famiglia palestinese abitante in un villaggio della Cisgiordania presso Nablus, costato la vita a un bambino in fasce, è un grosso fatto nuovo.  E altrettanto nuovo e sorprendente è il fatto che il premier israeliano abbia detto che Israele si impegnerà a fondo nella ricerca dei colpevoli, molto probabilmente coloni ebrei. Lo stesso uso nella circostanza della parola “terroristi” costituisce una novità senza precedenti. Sin qui infatti tale termine era sempre stato utilizzato dai governi israeliani solo con riferimento a palestinesi.

Tutto ciò non può venire trascurato, ma non sposta di una virgola il nocciolo della questione che sono le colonie o insediamenti (settlements) ebraici che da anni Israele colloca e amplia costantemente in Cisgiordania, in territori che occupò nel 1967 e che oggi in teoria sarebbero sotto l’amministrazione dell’Autorità Palestinese. In effetti però Israele ci fa quel che vuole, e tra l’altro appunto continua a insediarvi colonie di propri cittadini. Si tratta di un processo avviato al tempo dei governi laburisti (e che perciò gode dell’indulgenza del sistema massmediatico internazionale) e che da allora non si è mai interrotto. Attualmente queste colonie hanno complessivamente circa 340 mila abitanti. Il governo israeliano pretende di distinguere tra colonie “legali” e colonie “illegali” secondo che siano state fondate con o senza il suo consenso. In realtà sono tutte illegali poiché violano ogni norma e convenzione internazionale. Erano già illegali quando i territori si trovavano sotto occupazione militare israeliana e tanto più lo sono adesso che in teoria tale occupazione sarebbe terminata.

Nel suo  La guerra del Peloponneso, un capolavoro senza aver studiato il quale è difficile parlare di relazioni internazionali con cognizione di causa, già nel V secolo prima di Cristo lo storico Tucidide scriveva che fa il male non soltanto chi lo fa direttamente, ma anche chi crea e mantiene le condizioni che lo rendono possibile. E’ questo esattamente il caso delle colonie ebraiche nei territori palestinesi. In primo luogo sono ipso facto segno e  avamposto di una volontà israeliana di annettersi non appena possibile i territori ove sorgono. In secondo luogo chi va ad abitarci è in genere un “ultras”, testimone esplicito di tale intenzione e perciò incline ad atteggiamenti aggressivi e provocatori. In terzo luogo le colonie sorgono e si espandono su terreni che Israele requisisce ai loro proprietari  palestinesi mutilando o distruggendo aziende agricole. Vengono poi rifornite di acqua di solito a spese delle scarse risorse idriche degli originari abitanti del luogo e vengono dotate di strade di accesso e di energia elettrica sconvolgendo le campagne palestinesi. Per tutti questi motivi le colonie ebraiche sono una fonte permanente di tensione, di rancore e di marasma economico e amministrativo, tanto più che sono collocate ad arte sul territorio palestinese in modo da disarticolarlo sia socialmente che economicamente. Che  una  situazione del genere sia da ogni parte il brodo di coltura di estremismi, di vessazioni e di crimini è semplicemente inevitabile. Ferma restando la responsabilità personale immediata dell’estremista, del vessatore e del criminale, in primo luogo sussiste tuttavia la responsabilità di chi ha voluto tale stato di cose e di chi lo vuol fare continuare.

E’ ovvio che questi 340 mila coloni non si potrebbero riportare in territorio israeliano dalla sera alla mattina, ma è altrettanto ovvio che nessuna stabile e fruttuosa pace potrà mai venire costruita tra israeliani e palestinesi finché ci saranno queste colonie. Il blocco assoluto della loro crescita e il loro graduale smantellamento è conditio sine qua non per l’avvio di qualsiasi serio processo di pace tra israeliani e palestinesi. Una pace di cui hanno bisogno i diretti interessati, ma anche noi.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a Israele, Palestina: le colonie ebraiche, un macigno sulla via della pace

  1. fabio ha detto:

    Caro Ronza, la sua proposta ha il fascino della semplicità e il torto dell’utopia irrealizzabile. Allo stesso modo bisognerebbe chiedere alla Cina di mollare la presa sul Tibet, o alla Russia di rinunciare alla Crimea o per restare in casa nostra, rivendicare almeno un pezzetto dell’Istria che agli italiani fu sottratta come sappiamo. Ciò non tanto per paragonare eventi molto diversi, ma per significare che la Storia (me devo dirlo a un esperto come lei?) prende pieghe non facilmente rimediabili con inversioni a U che appartengono al campo del moralismo, non delle cose fattibili (peccato mortale per un politologo). Ora, lei certo non ignora che gli insediamenti sono iniziati dopo la guerra dei sei giorni in seguito al rifiuto degli arabi e dello sciagurato Arafat a trattare (conferenza di Karthoum del ’67) sui confini (come già era successo dopo il ’48), ciò che avrebbe significato un implicito riconoscimento di Israele di là dal venire. Israele pensò di creare un cuscinetto protettivo con i primi insediamenti, e non c’è dubbio che questi avvennero comunque in territori contesi in punta di diritto, dal momento che quei territori (Gaza compresa) inizialmente destinati a uno Stato palestinese mai nato (per esclusiva colpa dell’aggressione araba) erano stati occupati rispettivamente da Giordania ed Egitto, e non è che la minoranza ebrea lì presente abbia avuto lì vita facile (eufemismo) finché durò (basti ricordare che agli ebrei fu proibito in quel periodo di pregare al Muro del Pianto nella Gerusalemme araba). Gli accordi di Oslo stabilirono comunque che la gestione dei territori doveva essere il frutto di trattativa politica e così fu. Dopo varie e complesse controversie che non sto a riassumere, vale ricordare che il massimo sforzo per trovare un accordo fu nel 2000 di Israele che col governo laburista di Barak fece proposte irripetibili (Clinton intermediario) che prevedevano: a) restituzione del 97% della Cisgiordania all’Anp (con compensazioni per il restante 3%) b) Gerusalemme Est capitale della Palestina c) autostrada di collegamento tra West bank e Gaza. Sappiamo tutti come è andata (grazie al no dell’ineffabile Arafat): scatenamento dell’Intifada, reazione con costruzione della barriera protettiva, ecc. In poche parole: quando un popolo getta via occasioni storiche a causa della demenza dei suoi leaders, di che può lamentarsi? Non siamo andati in rovina noi con Mussolini, i tedeschi con Hitler, i russi col comunismo? Questo per dire che è sempre una soluzione politica (cioè di compromesso) che va cercata: fermo restando che i palestinesi hanno perso via via diritti (e terra) con grandissimo concorso di colpa, laddove popolazioni di ogni epoca anche recente hanno pagato prezzi ben più cari di loro, che alla fine non se la passano male come tanti nel mondo (ha mai sentito di palestinesi nei barconi della speranza?). Di più. Come può prefigurare uno “smantellamento” delle colonie senza prefigurare la fine di Israele? Non ricorda cosa è successo quando Sharon lasciò gli insediamenti di Gaza (ed erano appena 5000 coloni? Può pensare che un ritiro da questi prefiguri la pace? Andiamo Ronza, i fatti dimostrano che a ogni ritiro unilaterale di Israele (da conquiste legittime sotto il profilo del diritto di guerra!) è seguito un aumento di aggressività degli arabi! Con una sola eccezione: la restituzione dell’Egitto, avvenuta appunto con trattativa politica. Appunto. Ma l’Egitto aveva il coraggioso Sadat, così come il Sudafrica ebbe Mandela e l’India Gandhi. Senza dimenticare il loro interlocutori (Begin, de Klerk, il governo inglese) senza dei quali neanche quei leaders avrebbero potuto raggiungere i loro obbiettivi. I palestinesi hanno Abu Mazen (Hamas neanche la cito), candidato dal Papa ad angelo della pace, che ha ripetutamente prospettato una Palestina judenrein (il sogno di Hitler, pensa un po’). In sintesi: gli arabo-palestinesi non hanno mai cercato soluzioni politiche, neanche oggi, perché hanno sempre ceduto alla tentazione jhadista, che prevede semplicemente la cancellazione di Israele. E lei propone a quest’ultima di farsi gentilmente da parte…ma si tratta di illusioni che possono gratificare le buone coscienze, ma che preparano in realtà nuove guerre e lutti, altro che pace.

  2. antonio faresin ha detto:

    Caro Robi Ronza, sono un suo affezionato lettore ma … questa volta decisamente non ci siamo. Intendo riferirmi all’articolo sulle colonie ebraiche. Intanto vogliamo ritornare ai fatti, che nel suo articolo mi paiono un tantino distorti?
    1. Non è assolutamente la prima volta che Netanyahu promette e usa il pugno di ferro coi “terroristi” israeliani. L’ha finora fatto tutte le volte che questi sono entrati inazione. Sono poche?
    2. Appunto! Perché il terrorismo israeliano non è nemmeno lontanamente paragonabile in intensità, estensione ed efferatezza a quello palestinese. La prima irritazione che mi coglie nel leggere il suo articolo viene proprio dal mancato riconoscimento di questo evidentissimo presupposto: il confronto con un terrorismo infinitamente superiore e – quel che è peggio – incoraggiato apertamente e celebrato dalle autorità palestinesi!
    3. Ecco il vero nocciolo della questione: un terrorismo portato avanti programmaticamente – quello palestinese – con l’evidente scopo di distruggere lo stato ebraico e perseguito con la complicità della sinistra progressista mondiale. Altro che la favoleggiata complicità dell’internazionale socialista coi governi laburisti di Israele (… ma questa dove l’ha scovata?)
    4. La Sua descrizione poi dei coloni come “ultras” naturalmente inclini all’aggressione e alla provocazione segue supinamente e alquanto acriticamente l’ormai stucchevole narrativa palestinese ( nonché cattocomunista alla Pax christi) ma ha pochissimi riscontri nella realtà. Le cito solo un libro e un fatto: il libro di Giulio Meotti “Non smetteremo di danzare” – ampio reportage sulla cultura dei cosiddetti “coloni” – e la reazione delle tre famiglie dei ragazzi rapiti e uccisi lo scorso anno dai terroristi di Hamas: ribadite parole e gesti di perdono come è difficile trovare anche tra cristiani.
    Dimenticare, come fa lei, che il nocciolo della questione sta tutto nella pervicace ostinazione araba che ha negato lo stato palestinese nel e dal ’48, che poi ha attaccato ripetutamente lo stato ebraico col manifesto scopo di annientarlo … che cos’è se non un riflesso odierno del nostro tradizionale e ormai automatico antigiudaismo? Lo dico da cattolico conservatore e pure un po’ tradizionalista, questo è il nostro peccato originale e me lo ritrovo attorno da tutte le parti: da sinistra, centro e destra. A sinistra è scontato (il famoso “antisemita progressista”) ma a destra è proprio un ritorno che impensierisce.
    Con buona pace di Tucidide, ormai è la questione israeliana la cartina al tornasole sull’onestà intellettuale di molti : in base a quale norma si esige dagli ebrei quello che non si esige da nessuno: la restituzione di territori “occupati” in una guerra difensiva scatenata da altri? Perché non esigere allora la restituzione dell’Istria? O della Prussia orientale alla Germania , e … s’ immagina l’interminabile elenco? Chissà perché il doppio standard (con annessi boicottaggi) si sfodera solo con Israele e con gli ebrei; da loro si pretende quello che non verrebbe mai in mente di chiedere a nessuno. Ovunque da che mondo è mondo chi perde una guerra paga, perde territori e altro, figurarsi quando di guerre se ne dichiarano cinque (ma vogliamo aggiungerci anche quelle di Gaza?) e si perdono tutte! Ebbene: se a vincere sono gli ebrei la regola cambia! Se non è antisemitismo questo …
    Molto deluso, Antonio

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