Riforma della Pubblica amministrazione: perché purtroppo è destinata a fallire

Taccuino Italiano,  Giornale del Popolo, Lugano, 13 agosto 2015

Poco prima dell’inizio delle ferie estive il Senato italiano ha approvato in via definitiva la legge-delega per la riforma della Pubblica amministrazione. Si tratta appunto di una legge-delega, ovvero di un provvedimento con cui il Parlamento fissa  i criteri generali in base ai quali il governo legifererà con propri “decreti attuativi”. Finché dunque non si arriverà a tali decreti, cui si comincerà a lavorare da settembre in avanti, non si può valutare quanto sia il fumo e quanto l’arrosto di questa riforma con cui comunque Renzi intende affrontare il vero problema numero uno dalla vicina Repubblica: quello da cui a cascata dipendono tutti gli altri.

Al confine tra Canton Ticino e Varesotto si dispone, per così dire “a chilometro zero”, di un esempio plastico della bassa qualità dell’amministrazione dello Stato italiano: si tratta della storia infinita dei pochi chilometri di nuova ferrovia destinati a collegare Stabio (Canton Ticino) ad Arcisate (Varese). Una linea molto breve ma di cruciale importanza: non solo infatti renderà possibile un collegamento “metropolitano” internazionale tra Varese, Como e Lugano ma anche consentirà il rapido collegamento tra l’asse ferroviario del Sempione e quello del San Gottardo. Infine decisa a Roma il 31 gennaio 2008 al termine di un lungo iter burocratico, la nuova linea (3,6 chilometri ex novo e 4,6 di raddoppio di una linea già esistente) cui si iniziò a lavorare il 24 luglio 2008, ossia un anno e mezzo dopo, avrebbe dovuto entrare in funzione entro il 2013. Lo scorso 4 agosto l’attuale ministro italiano delle Infrastrutture, Graziano Del Rio, recatosi sul posto a visitarne i cantieri da tempo chiusi, ha detto che essi verranno riaperti nel prossimo settembre e che la linea sarà completata ed entrerà infine in funzione nel settembre 2017(con ovvio sorpasso dei costi rispetto a quanto si prevedeva). Ormai ad annunci del genere non crede più nessuno né di qua né di là della frontiera, ma ovviamente tutti gli interessati saranno molto felici di vedere il loro scetticismo eventualmente smentito dai fatti. Senza ripercorrere i dettagli della vicenda, di cui peraltro il “Giornale del Popolo” ha sempre tenuto al corrente i propri lettori, ci limitiamo qui ad osservare che la storia della ferrovia Arcisate/Stabio è un caso di studio a suo modo esemplare per chi volesse capire per quali motivi strutturali e di “filosofia” politica l’amministrazione dello Stato italiana è nelle condizioni in cui è. Chi volesse riformarla effettivamente potrebbe ricavare grandi insegnamenti dall’analisi di quella sconfortante vicenda.

Sarebbe anzi questo, a nostro avviso, il modo più efficace per riformare davvero l’amministrazione statale italiana: prendere le mosse da un minuzioso esame empirico di un certo numero di grandi casi di insuccesso amministrativo dello Stato; cogliere i punti di blocco delle procedure; poi, sulla base di tale individuazione, andare a vedere che cosa fare per eliminarli. Diciamo subito che purtroppo la riforma della pubblica amministrazione presentata da Renzi  imbocca invece le stesse strade percorrendo le quali sono falliti tutti gli analoghi provvedimenti presi da precedenti governi. Ai precedenti tentativi Renzi aggiunge poi in peggio quel che ha di più suo, ossia una (a nostro avviso sconsiderata) fiducia nella centralizzazione. Scommettendo sulla libertà e sulla responsabilità delle persone, l’autonomia e il federalismo sono qualcosa di più democratico e di efficace già in linea di principio. Il centralismo potrà anche avere il pregio della rapidità e dell’efficienza, ma a condizione di disporre di una macchina amministrativa che funziona. Giocare la carta del centralismo nel caso dell’Italia, con l’amministrazione statale di cui dispone, è invece quantomeno paradossale. Una conferma dell’errore di tale modo di procedere era già venuta dal pasticcio della tentata soppressione delle Province che si è risolta nel loro mantenimento de facto accompagnato da uno sconquasso della loro già fragile struttura amministrativa nonché da una perdita del loro controllo democratico diretto da parte dei cittadini. Senza fare alcun tesoro di questa esperienza l’ambiziosa riforma ora presentata procede a grandi colpi di scimitarra (sulla carta). Dimezza d’autorità le Camere di Commercio, accorpa le Soprintendenze ai monumenti nientemeno che con le Prefetture, pretende di mettere in discussione i privilegi dell’alta burocrazia senza toccarne le basi, e gioca molto sulla presunta capacità taumaturgica della telematica, del “digitale”. E’ una riforma calata dall’alto in astratto, la quale sembra fatta apposta per naufragare di fronte alla selva di resistenze tecniche e di ricorsi amministrativi e giudiziari che l’ordine costituito della burocrazia italiana certamente le opporrà. Si può stare certi ahimè che la montagna (mediatica) dell’attuale governo di Roma partorirà un altro topolino. In materia i governi precedenti non avevano fatto di meglio, ma questo non ci consola.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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