Comune di Roma, Stato e funerale Casamonica: dietro la magra figura prima del vuoto politico c’è un vuoto umano

Il funerale di Casamonica e il venir meno dell’io,La Nuova Bussola Quotidiana, 24 agosto 2015

I faraonici funerali di Vittorio Casamonica, celebrati venerdì scorso in un quartiere della periferia di Roma, hanno già ampiamente fatto notizia. Al di là della cronaca lo stupefacente episodio merita tuttavia qualche ulteriore commento. Prima di ogni altra cosa si tratta infatti di una clamorosa dimostrazione di quale distruttivo impatto possano avere il venir meno della coscienza e della responsabilità personali, insomma il venir meno dell’io, sulla vita non solo personale ma anche civica. Sbrigativamente definito boss mafioso, Vittorio Casamonica era in effetti un “re” zingaro, capo di un clan di sinti abruzzesi in origine commercianti di cavalli. Disceso a Roma alcuni decenni or sono, il clan si è a quanto pare arricchito dandosi su vasta scala all’usura e ad altre attività illegali che trovano terreno particolarmente fertile in quei quartieri della periferia romana che somigliano più alle periferie delle grandi città dell’America Latina che a quelle delle altre grandi città europee.
Notiamo per inciso che, forse volendo essere “politically correct”, la stampa ha lasciato il più possibile nell’ombra l’ascendenza zingara del clan Casamonica (un clan non di rom ma di sinti, la stirpe zingara di più antico insediamento in Italia). Ciò invece aiuta a capire la sontuosa e clamorosa ritualità del funerale, che in ambiente zingaro è di rigore in un caso del genere. Il defunto era infatti un “re”, ovvero un capo sotto il cui governo il clan aveva, a modo suo, fatto un grande balzo in avanti in quanto a ricchezza e a potere. Nonostante tutto quel che si dice, con riguardo a Roma non ha molto senso infatti parlare ad ogni piè sospinto di mafia. Che la grande malavita sia organizzata dovrebbe essere ovvio (senza organizzazione avere grandi dimensioni non è possibile per nessuno), ma ciò non significa che ipso facto si tratti di mafia o simili, realtà caratterizzate da specifiche origini storiche e radici territoriali. A Roma si è piuttosto di fronte a consorterie di profittatori di appalti pubblici o appunto a clan di usurai e di estorsori a base etnica.
A parte questo, tornando al nocciolo della questione ciò che innanzitutto colpisce è la totale mancanza di coscienza, di senso di responsabilità e di iniziativa personali di tutti i numerosi dirigenti e “quadri” che sono stati coinvolti nella vicenda ad ogni livello, comunale, statale, ecclesiastico. Ognuno ha evidentemente fatto il proprio…compitino in tutta regolarità; nessuno però si è domandato: “Ma che cosa stiamo facendo?”. Quando poi la bolla è scoppiata le reazioni sono state anche peggio. Invece di fare un salutare esame di coscienza ognuno dei capi in testa si è istantaneamente trasformato nel giudice severo di qualcun altro. Si è appreso che il sottosegretario con delega ai Servizi segreti, Marco Minniti, si è lamentato dell’”enorme sottovalutazione generale sia a livello di prevenzione che di capacità di intervento”, che il ministro degli Interni Alfano ha chiesto spiegazioni al prefetto di Roma (che in altri tempi in un caso del genere sarebbe stato sollevato immediatamente dall’incarico) il quale le chiederà al Questore e così via. Per parte sua il parroco che ha celebrato il funerale si è rapidamente lavato le mani dicendo che non poteva sapere che cosa poi sarebbe accaduto fuori della chiesa. Non ne sapeva nulla, e nemmeno a quanto pare si era accorto che sulla facciata della chiesa era stato affisso un grande manifesto in cui campeggiava una foto del defunto vestito di bianco e con una croce al collo, insomma con un abbigliamento quasi papale. Per il momento l’ha pagata cara solo il pilota dell’elicottero da cui una pioggia di petali di rosa è stata lasciata cadere sul corteo funebre. Si è infatti appreso che su richiesta del ministro Alfano al povero pilota hanno tolto l’autorizzazione a volare sul cielo di Roma.
“Abramo. La nascita dell’io” è il tema di una delle mostre del Meeting attualmente in corso a Rimini, in certo senso la principale. Concentrando con grande maestria in brevissimo spazio il senso di una vicenda plurimillenaria, la mostra delinea l’itinerario che dalla vocazione di Abramo — quindi dalla nascita dell’io, della coscienza e della responsabilità personali — giunge al nostro tempo, caratterizzato dal crollo delle evidenze e in primo luogo dal venir meno dell’io. Un percorso che si conclude con l’affermazione che dalla crisi odierna non si esce se non ritornando sulla via di quell’incontro e di quella fiducia in Dio che vennero aperti del “sì” di Abramo. Il discorso può a prima vista sembrare nobile ma astratto. Invece non lo è per nulla. Ogni giorno ci scontriamo ad ogni livello con le conseguenze di quel venir meno dell’io che la mostra di Rimini mette in luce. Il funerale di cui dicevamo ne è un esempio spettacolare, ma se ne potrebbero citare tanti altri nella sostanza anche più nefasti.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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