Riforma costituzionale Renzi-Boschi: una mazzata (fra le altre cose) alle nostre relazioni internazionali di prossimità

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 16 settembre 2015

Sotto l’attuale governo è in atto in Italia un processo di forte riaccentramento a Roma del potere politico, che già incide sulle relazioni transfrontaliere della Svizzera Italiana con le Regioni della vicina Repubblica con cui confina; e ancor più inciderà nella misura in cui andrà in porto la riforma costituzionale in discussione.
Sui giornali e sui telegiornali italiani si fa un gran parlare della riforma del Senato che nei propositi di Renzi dovrebbe cessare di essere elettivo e trasformarsi in un’assemblea costituito di notabili nominati non dal popolo ma dalle Regioni e dai Comuni (in pratica dalle segreterie dei partiti). Secondo Renzi ciò è indispensabile per evitare un “bicameralismo inutile”. Non importa che nella maggior parte delle democrazie del mondo il Parlamento sia da due Camere elette entrambe direttamente dal popolo senza che tale bicameralismo presenti i difetti del vigente bicameralismo italiano; e che quindi a tali difetti si potrebbe benissimo porre rimedio senza togliere al popolo il diritto di eleggere la Camera alta. In Italia la politica è così autoreferenziale che – se la grande stampa è d’accordo — si può affermare impunemente una sciocchezza del genere senza che da nessuna voce influente venga la minima critica.
Ad ogni modo ciò che può maggiormente interessare a queste latitudini non è tanto la riforma del Senato quanto la riorganizzazione complessiva dello Stato italiano cui l’attuale premier punta. E’ in ballo la modifica di circa un terzo degli articoli della vigente Costituzione. In Italia le modifiche della Carta costituzionale entrano però in vigore soltanto dopo che entrambe le Camere le hanno approvate nel medesimo testo per due volte a distanza di almeno tre mesi l’una dall’altra. Se poi l’approvazione definitiva non ha avuto luogo con una maggioranza almeno dei due terzi diventa obbligatorio il ricorso al referendum popolare. Renzi ha già detto che sottoporrà comunque la sua riforma al voto popolare referendario. Quella che è ora imminente in Senato è la terza delle quattro votazioni previste. Si tratta ovviamente di una di quelle difficili dal momento che si chiede ai senatori di votare a favore della trasformazione del loro ramo del Parlamento in un museo delle cere. Da un punto di vista costituzionale la meta insomma è ancora lontana e non si sa ancora se verrà raggiunta. L’obiettivo però è chiaro, ed è quello di tornare a un assetto simile, seppur ovviamente in modo ammodernato, a quello che l’Italia ebbe dalla sua nascita come Stato nel 1861-65 fino al fascismo. In sostanza Renzi mira a scardinare il sistema delle autonomie delineato dalla Costituzione del 1947 rimettendo il territorio sotto l’égida dei prefetti, che sono alti dirigenti del ministero degli Interni distaccati da Roma sul territorio. In tale prospettiva la sua riforma abolisce la province, ossia gli organi di governo locale democratico la cui circoscrizione coincide con quella delle prefetture, ma appunto non le prefetture stesse che poi con legge ordinaria si propone di rendere meno numerose ma più forti. Come nel Regno d’Italia dell’epoca pre-fascista, il prefetto diventa così il primo e principale interlocutore dei sindaci, ovvero una specie di…grande fratello dei comuni. Siccome le Province sono enti previsti nella Costituzione fino a quando la riforma non entrerà in vigore esse restano, ma frattanto una legge ordinaria ne ha fatto degli “enti territoriali di area vasta” con compiti e con fonti di finanziamento incerte, al cui vertice è un presidente nominato dai sindaci e dai consiglieri dei comuni della provincia (in pratica in base ad accordi tra i notabili locali dei vari partiti). Il depotenziamento politico delle province e rispettivamente la restaurazione dell’antico ruolo di governo locale dei prefetti sono dunque già una realtà. Senza andare in ulteriori dettagli ci limitiamo poi ad aggiungere che, modificando il fondamentale art. 117 della Costituzione, la riforma Renzi introduce una “clausola di supremazia” in forza della quale si “consente alla legge dello Stato, su proposta del Governo, di intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica ovvero la tutela dell’interesse nazionale”. Insieme ad altre modifiche che trasformano di fatto le Regioni, che erano finora enti di governo, in enti amministrativi, la “clausola di supremazia” segna la fine dell’idea stessa di autonomia dei territori. In tale quadro non è difficile immaginare che, almeno a livello istituzionale, le relazioni di prossimità tra l’Alta Italia e i Paesi esteri con cui confina non potranno che subire un duro colpo. Se tutto o quasi torna a passare soltanto da Roma diventa arduo immaginare un grande futuro per realtà come la Regio Insubrica, ma non solo.

Annunci

Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
Questa voce è stata pubblicata in Taccuino Italiano e contrassegnata con , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...