Chi sono i curdi, l’ultima grande vittima della dottrina dei “confini naturali”

Curdi, un popolo diviso artificialmente da confini “naturali”, La Nuova Bussola Quotidiana, 13 ottobre 2015

Chi sono i curdi? Tornati di nuovo alla ribalta a seguito del recente cruento attentato di Ankara, i curdi, nazione indo-iranica spartita fra quattro diversi Stati, sono la più numerosa fra le vittime più recenti della dottrina dei cosiddetti “confini naturali”. E’ infatti in base ad essa che al termine della Prima guerra mondiale le province curde dello scomparso Impero Ottomano vennero spartite tra Turchia, Siria e Iraq (come analogamente in Europa, applicando la medesima dottrina, l’antico Tirolo asburgico venne spartito fra Austria e Italia).

In forza di tale dottrina, elaborata in Francia  a partire dai primi decenni del secolo XVII,  i grandi Stati avrebbero il diritto di avere dei confini obiettivi, detti  appunto “naturali”,  coincidenti con catene montuose o con grandi bacini fluviali; in particolare nel primo caso con la linea di spartiacque e nel secondo con l’asta del corso d’acqua principale. Elaborata su misura per gli interessi della Francia, che cominciò ad imporla con la pace dei Pirenei (1659), ma poi ampliamente applicata anche altrove in Europa e nel mondo fino  al secolo XX, la dottrina dei confini naturali ha provocato ovunque gravi lacerazioni e spesso tensioni sfociate in crisi politiche di lungo periodo: tra queste la crisi curda, che è oggi la più grave. All’origine di tali lacerazioni c’è il fatto che la geografia umana non coincide quasi mai con i presunti confini naturali.

Storicamente la grande catena  montuosa e il grande bacino fluviale costituiscono in quanto tali un ambiente umano omogeneo da un punto di vista sia sociale che economico il cui vero confine “naturale” non è la linea di spartiacque o l’asta del fiume maggiore bensì la quota oltre la quale cessa la pianura o rispettivamente inizia l’impluvio del bacino fluviale. Nel caso del Kurdistan (= Paese dei curdi) si tratta della curva di livello che racchiude altipiani, valli, catene montane e passi che oggi fanno parte rispettivamente della Turchia sudorientale, dell’Iraq settentrionale e della Siria nordorientale. Nella realtà della storia lo spartiacque o l’asta del fiume non sono linee di separazione bensì linee di gravitazione. Quindi usarli come confine equivale a disarticolare sia culturalmente che economicamente le popolazioni ivi insediate,  trasformando in periferie poco vitali delle società e delle economie nate e cresciute attorno ad attività legate alla continuità e alla libertà di movimento da un versante all’altro, e la cui maggiore risorsa è tipicamente il governo e la gestione dei passi.

Nel caso dei curdi una prima disarticolazione era già avvenuta nel secolo XVII quando la loro terra venne spartita tra Impero ottomano e Impero persiano. Fu allora che mentre il grosso del Kurdistan restò o divenne ottomano la sua parte orientale passò alla Persia ossia all’odierno Iran, di cui tuttora fa parte. Caduto l’Impero ottomano al termine della Prima guerra mondiale, con il trattato di Sévres (1920), le potenze vincitrici tra l’altro stabilirono per i curdi già ottomani la possibilità di dar vita a uno Stato indipendente entro confini che la Società delle Nazioni avrebbe poi dovuto definire. A ciò si oppose a viva forza Musfafà Kemal Atatürk, capo della nuova Turchia post-bellica. Questi nel 1923, al termine di tre anni di una guerra segnata da stragi e da espulsioni di massa, ottenne con il trattato di Losanna l’annullamento da parte delle potenze vincitrici di tutte le promesse da loro fatte sia ai curdi che agli armeni, ai greci e alle altre minoranze sopravvissute. Mentre genocidi e esodi hanno ridotto ai minimi termini la presenza di armeni e di greci nell’odierna Turchia, i curdi sono oggi circa il 20 per cento degli attuali abitanti del Paese.

La mancata riunificazione politica del popolo curdo, e anzi la sua ulteriore disarticolazione a seguito del venir meno dell’Impero ottomano, sono ovviamente all’origine di un obiettivo disagio. Nel caso dei curdi turchi tale disagio è al massimo essendo stato accompagnato da un politica duramente repressiva della loro lingua e della loro cultura. Fino a poco tempo fa bastava esser colti a parlare in  curdo per andare in prigione, e anche un giornalista straniero poteva finire nei guai se nei suoi bagagli veniva trovata una carta geografica ove le province di tradizione curda erano indicate come “Kurdistan”, un nome  ufficialmente proibito in Turchia. Durante la Guerra fredda anche la questione curda entrò nella morsa del confronto fra Stati Uniti e Unione Sovietica, con partiti e formazioni armate sostenuti secondo i loro interessi da Washington o da Mosca nei vari Paesi fra i quali il Kurdistan è spartito; e ancora oggi si è alle prese con questa eredità i cui esiti sono diversi.

Il caso dei curdi turchi, ora alla ribalta della cronaca, è il più importante trattandosi del segmento più grande del popolo curdo  in termini sia di numero che di territorio. C’è da augurarsi che, dopo aver a lungo fatto le spese della Guerra fredda, i curdi turchi riescano adesso a evitare di cadere nelle nuove trappole della crisi nella crisi che le imprudenti ambizioni di Erdogan stanno innescando in Medio Oriente.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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