Quel che resta da fare

Renzi-Grillo è il presente. I cattolici pensino al futuro, La Nuova Bussola Quotidiana, 19 ottobre 2015

Se l’unica alternativa a Renzi sono Grillo e Casalegno che cosa ci resta da fare?  I sondaggi che danno il Movimento 5 Stelle  — oggi alla ribalta delle cronache grazie al suo convegno nazionale in corso a Imola —  al secondo posto nelle intenzioni di voto dopo il Pd valgono quel che valgono. Sono per così dire delle fotografie di emozioni, per di più non di rado sfasate, che non aiutano a capire che cosa potrebbe poi accadere quando si andasse realmente al voto. Resta però un fatto:  oggi sulla scena della vita pubblica del nostro Paese in alternativa al Pd che cosa c’è? Dirlo fa rabbrividire, ma così stanno le cose: oltre al Movimento 5 Stelle non esiste alcun’altra presenza consistente. Per il bene della democrazia italiana dobbiamo tutti quanti augurarci che l’area di centro-destra, oggi letteralmente allo sbando, possa riprendere forma. Adesso il vuoto è tale che paradossalmente Matteo Renzi oltre a fare la sua politica di centrosinistra si incarica sempre più spesso di dare pure risposte a domande che vengono dal centrodestra.

Quando rinascerà una presenza politica di centrodestra consistente e credibile staremo tutti meglio, area di centrosinistra compresa. Per quanto ci riguarda la cosa però non finisce lì. Rimane ancora aperto il problema dell’odierna inadeguata eco in sede politica di esperienze, di domande e di culture che, pur essendo di valore generale, di fatto sussistono soltanto grazie ai cristiani. Non stiamo parlando di forze da schierare a difesa del “mondo cattolico”: di una specie cioè di riserva indiana in cui si dà da vivere per  il tempo che le resta a  un’esperienza condannata dalla storia. Stiamo parlando del contributo, a nostro avviso cruciale, che la gente di fede può dare all’affronto delle urgenze del tempo in cui viviamo: dalla riscoperta della libertà di educazione come primo baluardo contro la tirannide tendenziale delle istituzioni del nostro tempo al riequilibrio del rapporto fra società e stato nei Paesi avanzati dell’Occidente; dalla crisi demografica dell’Europa e dal persistente ristagno dell’economia mondiale all’imponente fenomeno, preoccupante sia per i Paesi di origine che per quelli di destinazione, degli esodi spontanei di massa dai Paesi sottosviluppati verso quelli sviluppati; e così via. Come afferma Benedetto XVI citato da Julián Carrón nel suo recente saggio La bellezza disarmata, a tutto questo una comunità cristiana non svuotata del suo spessore storico offre un contributo originale “risvegliando negli uomini, attraverso la fede, le forze dell’autentica liberazione”. Nel libro, che rivolge in modo molto evidente non tanto alla Fraternità di Cl di cui è presidente quanto ai cristiani in genere, Carrón sostiene  che chi “è impegnato sulla scena pubblica, in campo culturale o politico”, ha il dovere, da cristiano, di opporsi alla deriva antropologica odierna. Ma questo è un impegno che non può coinvolgere tutta la Chiesa in quanto tale, la quale ha l’obbligo, oggi, di incontrare tutti gli uomini (…)”.

Sulla conferma della necessità dell’ “impegno dei cristiani in politica e nelle sfere dove si decide del bene comune” e sui suoi modi sarebbe a nostro avviso oggi interessante aprire un confronto in Italia fra gente di fede di varie aree e delle più varie collocazioni culturali e politiche. Un confronto a partire dalla consapevolezza condivisa che dall’azione politica non può comunque meccanicamente venire il rinnovamento della città degli uomini. Questo infatti nasce da «ciò che viene prima», ossia ai nostri occhi da un’umanità nuova generata dall’amore a Cristo e dall’amore di Cristo.

Definito il quadro, nell’attuale contesto di quasi insignificanza della presenza cristiana ai piani alti della cultura e della politica del nostro Paese, si prospetta un lavoro certamente sia lungo che complicato, reso sia più facile che più difficile dall’ormai lunga storia della presenza cristiana nella vita pubblica del nostro Paese. Più facile per il molto di buono che è stato fatto;  più difficile per tutti gli errori che pure sono stati fatti. La fortuna nella disgrazia è che lo sbando è tale da non consentire speranze di una riemersione rapida, e perciò aperta al rischio di riprecipitare in quattro e quattr’otto nei vecchi errori. Si prospetta un lungo cammino e perciò un adeguato tempo di maturazione da un lato della coscienza di «ciò che viene prima» e dall’altro di una cultura politica solidamente non subalterna a ciò che Emmanuel Mounier definiva “l’ordine costituito”. Il tutto con grande attenzione sia alle Virtù teologali (fede, speranza, carità) che alle Virtù cardinali (fortezza, giustizia, prudenza e temperanza); queste ultime da sempre specificamente raccomandate a chi si occupa del bene comune.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Quel che resta da fare

  1. francesco taddei ha detto:

    vista l’irrilevanza politica, un luogo d’incontro tra le diverse sensibilità cattoliche mi sembra auspicabile, non da rifiutare. i problemi sono due: una personalità ecclesiale come mediatore e arginatore dalle possibili derive (eresia dei nuovi diritti) e che nessuna delle parti (sinistra cattolica) ambisca all’egemonia. poi il centrodestra, che negli anni di governo non ha mai sfoderato politiche liberali, ma solo la protezione degli ultraprotetti settori professionali e ordinistici italiani. un centrodestra contrario alla concorrenza che liberale è? ha precarizzato legalmente la vita dei giovani con sacconi-biaggi, ha lasciato nella melma le imprese italiane colpite dalla crisi con tremonti. un partito liberale di massa si farà solo rappresentando veramente gli interessi delle p.iva e attuando i principi di concorrenza nei servizi e nelle professioni: cioè con classi dirigenti e carismi (detto alla moderna: leaders) totalmente nuovi. votate berlusca e votate per la muffa.

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