Dibattito sul bilancio dello Stato, ovvero la riduzione a farsa di un evento politico cruciale

E dal cilindro di Renzi spuntano altri due miliardi, La Nuova Bussola Quotidiana, 26 novembre 2015

Mentre l’attenzione dei più è inevitabilmente calamitata dall’emergenza terrorismo e dai possibili contraccolpi dell’abbattimento ad opera della Turchia di un bombardiere tattico russo sui cieli ai confini tra Turchia e Siria, merita tuttavia di non venire trascurato l’esame del progetto di legge di stabilità in cui frattanto a Roma il Parlamento è impegnato. Al di là del nome, che non aiuta di certo a capire in che cosa  consista, la legge di stabilità è un provvedimento d’importanza cruciale. Fissa infatti le linee di fondo della spesa dello Stato per il “triennio di riferimento”: in questo caso il 2016-2019.

A norma dei vigenti trattati europei tale legge deve incontrare il consenso dei vertici dell’Unione Europea. Perciò il governo la contratta contemporaneamente per così dire su due tavoli: in Parlamento a Roma e a Bruxelles. A Bruxelles Renzi lascia che a trattare sia soprattutto il suo ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ex direttore esecutivo per l’Italia a Washington del Fondo monetario internazionale e anche per questo tramite privilegiato fra il nostro attuale governo e i più diversi potentati europei e nordatlantici in genere. Il premier riserva invece  per sé la scena italiana, pur se talvolta nelle sue conferenze stampa a palazzo Chigi chiama Padoan a sedergli accanto in veste di “testigo de piedra”. In ogni caso i due giocano spesso in ruoli distinti ma coordinati con Renzi che ingrana la marcia più alta e Padoan che tira il freno a mano. Così è stato anche questa volta con la faccenda dei due miliardi di euro che il premier ha detto di voler spendere in più oltre al già previsto, uno per la sicurezza e l’altro per la cultura perché, ha detto, “Garantire la sicurezza ha una doppia dimensione: culturale e di spesa”. L’idea è buona ma ancora una volta, come altre buone idee di Renzi, naufraga poi nello statalismo. Ammesso e non concesso che salti poi fuori, il miliardo in più per la cultura finirà infatti in spese che nel concreto della situazione italiana sono destinate a produrre soprattutto burocrazia. Al carismatico annuncio di Renzi ha ad ogni modo fatto immediatamente seguito il tecnocratico colpo di freno del ministro dell’Economia. “Stiamo ragionando nell’ipotesi che si ottenga quello che noi riteniamo compatibile non solo con le regole europee ma con gli interessi dell’Italia e dell’Europa”, ha infatti precisato Padoan. Come dire che i due miliardi salteranno fuori soltanto se Bruxelles non si opporrà all’ulteriore crescita del debito pubblico italiano che un tale nuovo stanziamento implica. Si tratta infatti di nuovi stanziamenti cui non corrisponde  alcun proporzionato taglio di altre spese. ” Tutto ciò avverrà”, ha continuato il ministro, “all’interno del quadro fiscale in cui si colloca la Legge di stabilità, che è condizionale al fatto che la Commissione ci riconosca le diverse clausole che abbiamo chiesto e che abbiamo tutto il diritto di richiedere”. L’eventuale “margine di flessibilità” aggiuntivo dello 0,2% del Pil legato al via libera Ue alla richiesta di attivare la clausola sugli ‘eventi eccezionali’ per l’emergenza migranti sarà impegnato “non tanto per anticipare l’abbattimento dell’Ires al 2016 quanto per indirizzare le risorse alla voce sicurezza”. Ciononostante, ha sottolineato il ministro, “l’Italia non avanza, come la Francia, una richiesta esplicita di flessibilità legata alle spese per la sicurezza”.

Al di là di questo bell’esempio di prosa a metà fra lo stile delle antiche Sibille e quello dei più bei nomi dei politici della Prima Repubblica, è ad ogni modo il caso di soffermarsi sulla sostanza della questione, ossia la totale assenza di un autentico dibattito politico attorno a un provvedimento fondamentale come questo. Immediatamente si naufraga in trattative a porte chiuse e in un brulicare di scelte relativamente di dettaglio che, se prese ad una ad una, salvo casi estremi sono tutte quante giustificate.  Il Parlamento avrebbe invece il diritto e il dovere di affrontare la questione della spesa dello Stato nel suo insieme in un dibattito e con un voto con cui venga stabilito che cosa spendere per grandi settori: scuola, sicurezza sociale, pensioni, ricerca, difesa e così via fino al cruciale settore del servizio del debito pubblico. Questo darebbe al dibattito un autentico respiro politico, e metterebbe tutti di fronte alle loro rispettive responsabilità: il governo come il Parlamento, i partiti come le forze sociali organizzate.  Tra l’altro le conseguenze negative della sproporzionata cessione di sovranità all’Unione Europea (ossia in pratica alla Germania), che hanno avuto luogo in questi ultimi anni, verrebbero così attenuate. C’è una forza politica in Italia disposta a combattere questa battaglia?

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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