Governo Renzi e crisi del Levante: quando in medio non stat virtus

Renzi e l’Isis, storia di una strategia miope, La Nuova Bussola Quotidiana, 28 novembre 2015

Sarebbe buona regola tenere per fermo in linea di principio che un alleato non può pretendere aiuto per uscire da un guaio in cui si è cacciato di sua iniziativa, non consultandoti preliminarmente, anzi facendotela alle spalle. Il nostro Paese però non si mai attenuto a tale principio. Non adesso e nemmeno sotto i governi precedenti. Sin dall’epoca della Prima guerra del Golfo, e anche in precedenza, abbiamo accettato di mandare truppe sul teatro di difficili dopoguerra causati da maldestri e inconsulti interventi militari di nostri alleati: gli Stati Uniti in primo luogo e in seguito pure la Francia. Sangue italiano è stato versato per questo in Iraq e in Afghanistan.

Nell’attuale caso della Siria è anche peggio: trasformando irresponsabilmente una crisi politica in una rivolta armata senza aver pronta la minima alternativa presentabile al regime di Bashar al Assad, qui gli Stati Uniti e altri alleati hanno attizzato un conflitto che non riescono più a fermare.  E ci chiedono di aiutarli a cavare le castagne dal fuoco nemmeno nella fase del dopoguerra ma ancora in quella della guerra. Una politica estera però non si improvvisa. Non avendo voluto o saputo impedire che la Siria venisse buttata all’aria quando era il momento, adesso non ci resta che aiutare gli alleati. Il governo Renzi riesce invece a non fare come si deve né una cosa né l’altra.

Ieri il premier è andato a Parigi a dire al presidente francese François Hollande che l’Italia è pronta a rafforzare il proprio contingente in Libano così da consentire una corrispondente riduzione dell’impegno francese su quel terreno; ed  è pronta a fornire alla Francia ogni collaborazione possibile in fatto di controlli di polizia e intelligence. Tutto qui. Nella conferenza stampa seguita all’incontro, di fianco a un Hollande piuttosto teso e per nulla cordiale, Renzi ha spiegato: “Siamo impegnati a livello militare in molti casi assieme alla Francia nella coalizione in Afghanistan, in Libano, nel Kosovo, in Africa dove è molto forte l’impegno dei nostri amici francesi e dove anche noi abbiamo alcuni interventi a partire dalla Somalia”. E ha poi aggiunto: “Pensiamo però che ci sia necessità di uno sforzo sempre più inclusivo, di una coalizione sempre più ampia”. Parole sacrosante che però implicano un  chiaro disegno di politica estera e quindi un’attività diplomatica non estemporanea di cui invece sin qui non si vede traccia. Va detto che altrettanto reticente è l’aiuto offerto dalla Germania di Angela Merkel. Berlino invierà  650 soldati in Mali in sostituzione di altrettanti francesi che potranno così venire impiegati altrove, e si prepara ad schierare dei Tornado contro lo Stato islamico in Siria, ma per ora solo con compiti di ricognizione. L’unico ad aver offerto un aiuto militare diretto è il governo britannico di David Cameron che proprio ieri ha chiesto alla Camera dei Comuni l’autorizzazione  a inviare gli aerei schierati nelle basi di cui dispone a Cipro a bombardare in Siria. Il Parlamento britannico voterà sulla proposta del premier la prossima settimana. L’Italia invece non partecipa e non parteciperà a missioni di bombardamento, ma ha sul terreno numerosi istruttori impegnati per lo più nel Kurdistan iracheno nell’addestramento delle locali milizie (peraltro le uniche forze di terra finora dimostratesi capaci di battere l’Isis sul campo). I nostri istruttori saranno ben presto 750 contro i 90 tedeschi e gli 80 francesi. Non si capisce a questo punto perché allora non contribuire anche con forze aeree alla campagna contro l’Isis. Se l’obiettivo fosse quello di partecipare a tale campagna senza farsi vedere troppo (e se ciò fosse sarebbe abbastanza indegno) dal punto di vista della percezione di una presenza 750 istruttori in loco hanno un impatto anche maggiore dei bombardamenti aerei. Viceversa tutti questi “distinguo” hanno in primo luogo l’effetto di convincere ancora di più l’Isis, e soprattutto i suoi occulti alleati, che la coalizione anti-Isis è poco decisa e poco compatta.

A queste incertezze in sede internazionale il nostro governo fa poi corrispondere delle ancora maggiori incertezze in sede interna. Nel circa un milione e mezzo di musulmani che vivono in Italia, sinora l’estremismo islamista ha trovato ben poco seguito. Siamo nei limiti di un numero di sospetti che è possibile controllare efficacemente.  Più che alle istituzioni ciò si deve però  alla gente comune, che da noi è maggiormente capace di relazionarsi con il diverso e quindi di non provocare quella massiccia segregazione de facto che in Francia e altrove è il brodo di coltura dell’estremismo islamista. Un numero crescente di presunte “moschee” e di enti assistenziali islamici  sono però anche in Italia nient’altro che dei foyer di organizzazioni e di movimenti politici islamici di orientamento integralista, la cui attività è tendenzialmente incompatibile con il nostro ordinamento . Sarebbe pertanto il caso, prima che sia troppo tardi, di introdurre in via ordinaria norme e procedure grazie alle quali poter distinguere tali presunte “moschee” dai luoghi di culto autentici, e tirarne le dovute conseguenze. A questo proposito invece il governo Renzi non sta muovendo un dito.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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