Il ruggente 2016 che Renzi ci racconta, e quello che ci aspetta

Caro Renzi, qui c’è troppa spesa e pochissima resa, La Nuova Bussola Quotidiana, 30 dicembre 2015

“Si diceva che l’Italia era in stagnazione perenne: se guardiamo i dati vediamo che il segno più torna a crescere: era previsto lo 0,7% e siamo allo 0,8″, ha lietamente proclamato ieri Matteo Renzi durante la sua lunga conferenza stampa teletrasmessa di fine anno. Tenuto conto delle forti componenti psicologiche e culturali della crisi economica in atto, tanto più per chi sta al governo ostentare ottimismo è doveroso. Avrebbe però comunque fatto meglio a non esagerare. Tra il 2008 e il 2014 il prodotto lordo italiano è diminuito di nove punti. Al ritmo di una crescita dello 0,8 per cento per tornare al livello del 2008 ci vorrebbero almeno dieci anni. Sarebbe bello poter concludere che contento Renzi, contenti tutti. Purtroppo però in questo caso il vecchio proverbio funziona poco. D’altra parte non è che i governi precedenti avessero saputo fare di meglio. E poi come avrebbero potuto? Con una pubblica amministrazione complessivamente di bassissima qualità come quella italiana, e con una relativa spesa pubblica che si mangia almeno il 50 per cento del prodotto interno lordo, i governi del nostro Paese non hanno oggi alcun consistente margine di manovra.

Se dunque preliminarmente un governo non mette mano a una generale riforma della pubblica amministrazione e della sua spesa non può fare nulla di serio. E’ pur vero che si tratta di una ben ardua impresa, ma che sia imprescindibile è altrettanto vero. Prima di una tale riforma un governo non può fare altro se non quel  che faceva Berlusconi ai suoi tempi e che fa Renzi oggi: intrattenere l’opinione pubblica e saltellare sul posto in attesa che un miglioramento della situazione economica internazionale consenta all’economia italiana di arrampicarsi con successo sui vetri come già altre volte è accaduto. Per rendersene conto basta guardare a come a grandi linee si articola oggi la spesa pubblica italiana: la previdenza e assistenza (ossia copertura del passivo delle casse pensioni, prestazioni sociali ecc.) ne assorbe il  30 per cento, la sanità, il 13 per cento, la scuola il 10 per cento e gli interessi sul debito pubblico il 9 per cento. Alla difesa, ordine pubblico e cura del territorio va poi il 17 per cento, mentre la parte di Cenerentola è assegnata  alle spese definite “in conto capitale” che ammontano al solo 7 per cento. Tenuto conto che quasi soltanto queste ultime possono venire gestite a fini di promozione dell’economia diventa evidente quanto poco il governo sia in grado di fare per aiutare il Paese a uscire dai suoi guai.

E’ pur vero che la pseudo-riforma della “Buona Scuola” — il cui  maggior risultato è la nascita dell’improbabile e non richiesto ”organico di potenziamento” come strumento di stabilizzazione sottobanco dell’esercito di insegnanti precari  in soprannumero – conferma quanto sia difficile risolvere il problema del neo-proletariato di clientes che negli ultimi decenni è stato irresponsabilmente lasciato crescere in particolare (ma non soltanto) attorno alla scuola statale. Un fenomeno che ha degli evidenti risvolti umani da non ignorare, ma che però non possono venire risolti a spese degli utenti del servizio. Ciononostante, al di là di  ogni trovata di breve periodo, è chiaro che più si rinvia la riforma generale della pubblica amministrazione e più  si continua a procedere verso il baratro. Renzi si è viceversa impegnato a testa bassa in una riforma costituzionale all’insegna del centralismo e dello statalismo. Una riforma alla quale tiene fino al punto che, come ieri ha ribadito nella sua conferenza stampa, se il futuro referendum popolare confermativo la respingesse egli arriverebbe a ritirarsi dalla vita pubblica ritenendo perciò fallito il suo progetto politico. Vista la sua proclamata volontà di cambiare l’Italia, Renzi avrebbe piuttosto fatto meglio a impegnarsi nella riforma della pubblica amministrazione e quindi della spesa pubblica alla quale invece nemmeno accenna.

Nella primavera-estate dell’anno che ora sta per iniziare, in  una data compresa tra il 15 aprile e il 15 giugno, si andrà poi a votare per il sindaco e i consigli comunali  dei comuni ove sono scadute le amministrazioni elette  nel 2011, e in quelli che vanno alle elezioni anticipate perché commissariati o per motivi diversi. Andranno alle urne complessivamente circa 1.320 comuni tra i quali venticinque comuni capoluogo. Fra questi ultimi anche la maggior parte delle grandi città italiane: oltre a Roma Bologna, Cagliari, Milano, Napoli, Torino e Trieste. Il centralismo che caratterizza la filosofia e l’azione politica di Renzi rischia in questo caso di ritorcersi contro di lui. La sua ingerenza nelle procedure di scelta dei candidati sindaci di centro-sinistra nei maggiori comuni che vanno al voto sta infatti trasformando tale appuntamento elettorale in una specie di referendum pro o contro di lui. Nessuno ha buoni motivi per rallegrarsene. Non il centrosinistra del quale in caso di vittoria diventerebbe il padrone assoluto, ma nemmeno il centrodestra. Se infatti Renzi uscisse di scena e si andasse ad elezioni politiche anticipate, il centrodestra, che è allo sbando, subirebbe una disfatta senza precedenti.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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