Italia, 2016: che cosa può cambiare

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 30 dicembre 2015

Nell’anno prossimo ormai imminente  riuscirà infine l’Italia a lasciarsi alle spalle la crisi economica internazionale, iniziata nel 2008, della quale ha pagato il prezzo assai più delle altre maggiori economie occidentali? Sulla base di dati ufficiali, ossia le previsioni recentemente pubblicate a Roma dall’Istituto Centrale di Statistica (Istat), il premier Matteo Renzi lo ha affermato con grande vigore. Siccome è vero che la crisi ha anche una forte componente psicologica, se chi sta al governo ostenta ottimismo fa comunque bene. Quando però si vanno a vedere i dati su cui Renzi fonda il suo entusiasmo ci si accorge che purtroppo si tratta di ben poca cosa. Per quanto riguarda un dato fondamentale, quello del lavoro, nel rapporto dell’Istat si legge che “All’aumento dell’occupazione (+0,6% in termini di unità di lavoro) si accompagnerà una moderata riduzione del tasso di disoccupazione (…). Nel 2016, il tasso di disoccupazione diminuirà al 12,0% e le unità di lavoro registreranno un aumento significativo (+0,9%)”. Si tenga poi conto che l’espressione “unità di lavoro” è un eufemismo che serve a non distinguere tra rapporti di lavoro a tempo pieno e rapporti di lavori a mezzo tempo.

Nella sua conferenza stampa conclusiva del corrente anno, che ha avuto luogo ieri, Renzi non ha perciò esitato ad affermare:”Si diceva che l’Italia era in stagnazione perenne: se guardiamo i dati vediamo che il segno più torna a crescere: era previsto lo 0,7% e siamo allo 0,8″. Sarebbe bello poter concludere: contento lui, contenti tutti. Purtroppo però in questo caso il vecchio proverbio funziona poco. D’altra parte nemmeno i governi che hanno preceduto quello attuale, di centro-sinistra o di centro-destra che fossero, hanno saputo stimolare la ripresa. E questo in primo luogo perché in Italia le condizioni dell’economia pubblica e il suo peso su quella privata sono tali da non lasciare al governo, quale che sia, alcun consistente margine di manovra. La spesa pubblica complessiva (Stato, Regioni, Comuni e altri enti di governo locale) assorbe circa la metà del prodotto interno lordo e a grandi linee le sue voci di spesa principale sono le seguenti: previdenza e assistenza (ossia copertura del passivo delle casse pensioni, prestazioni sociali ecc.),  30 per cento; ordine pubblico, difesa, cura del territorio, 17 per cento; sanità, 13 per cento; scuola statale, 10 per cento; interessi sul debito pubblico, 9 per cento; spese in conto capitale, 7 per cento. Uno sguardo a queste cifre basta per capire che in Italia alle istituzioni per stimolare l’economia restano in fin dei conti pochi spiccioli. Se poi si considera che le spese in previdenza, assistenza e  scuola consistono per la massima parte nel pagamento di pensioni e stipendi, e che ciò vale anche per buona parte delle spese in sanità, difesa e ordine pubblico, ci si rende anche conto di quale ardua impresa sia quella pur urgente e profonda riforma della pubblica amministrazione in assenza della quale i governi di Roma non possono in sostanza fare altro se non saltellare sul posto in attesa che le cose vadano meglio grazie alla spontanea vitalità della società e dell’economia italiane; e grazie a un miglioramento complessivo della situazione internazionale. Sin qui nessun governo, non l’attuale ma nemmeno quelli che l’hanno preceduto, ha mai osato impegnarsi in una riforma che sarebbe socialmente e politicamente molto onerosa e della quale sarebbero poi i governi successivi a raccogliere i maggiori frutti. Al di là della speranza, che vale sempre la pena di non perdere (tanto più che per definizione si fonda in primo luogo sull’imprevisto), dall’esame dei dati sinora disponibili sembra di poter concludere che in Italia nel 2016 le cose  nella sostanza non cambieranno molto.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Italia, 2016: che cosa può cambiare

  1. francesco taddei ha detto:

    forse la riforma più urgente sarebbe quella morale. non quella del sinodo per la comunione ai divorziati e risposati, ma la fine dell’immoralità di fare spesa senza limite e di chiedere ai cittadini che non lavorano nel pubblico di finanziarlo senza limite. convertirsi da un socialismo ammazzapopolo ad un cristianissimo liberalismo. ma come fare se pure i preti sono di sinistra?

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