Giustizia in Italia: cronache di una catastrofe che sarebbe ora di smettere di ignorare

 Riflessioni sulla giustizia più lenta d’Europa, La Nuova Bussola Quotidiana,  29 gennaio 2016

Oltre che per la sua consueta pittoresca cornice, che fa la gioia degli operatori televisivi alla ricerca di “colore”, la più importante cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, quella svoltasi ieri a Roma presso la Corte di Cassazione, ha fatto ancora un volta notizia per un dettaglio: le tre/quattro righe critiche che nel suo discorso lungo diciotto pagine il Primo Presidente della Corte di Cassazione, Giovanni Canzio, ha dedicato al caso dell’immigrazione clandestina. Per evitare un ulteriore insostenibile carico ai tribunali secondo Canzio sarebbe meglio depenalizzarlo,farlo oggetto soltanto di sanzioni amministrative e frattanto migliorare i meccanismi di espulsione di coloro cui non si ha motivo di concedere asilo. Perché tanta eco a questa proposta (peraltro di buon senso)? Non per il suo rilievo obiettivo ma solo perché fa gioco nella cronaca politica spicciola di questi giorni.

Al di là di essa sarebbe invece meglio tenere conto del quadro catastrofico che l’alto magistrato ha fatto dell’amministrazione della giustizia. Già avemmo occasione di citare alcuni esempi riguardo alla schizofrenia delle attuali classi dirigenti di fronte ai problemi reali del presente (cfr. “Le classi dirigenti divorziano dalla realtà”, 15 gennaio 2016). Con particolare riguardo al nostro Paese quello della giustizia è un altro di tali esempi, e uno dei più gravi. La stessa Cassazione, “ versa in uno stato di profonda e visibile crisi di funzionamento e d’identità”, ha confessato con disarmante sincerità il suo Primo Presidente. “I dati statistici, aggiornati al 31 dicembre 2015”, ha continuato,” segnano l’insuccesso di una strategia mirata alla deflazione delle pendenze e del pesante arretrato mediante il mero aumento della produttività, fino al limite dell’esaurimento delle energie dei magistrati e del personale”.

“Con particolare riguardo al settore civile, è assolutamente prioritario apprestare un piano straordinario di riduzione dell’arretrato costituito da circa 105.000 procedimenti, molti dei quali pendenti da oltre tre anni e di cui ogni anno la Corte riesce a smaltire un numero nemmeno pari alle sopravvenienze”. E in particolare poi in quanto “a tempi e costi delle controversie commerciali” secondo le classifiche più recenti l’Italia si colloca “al 111° posto nella graduatoria dei 189 Paesi considerati”. Canzio si consola, e cerca di consolarci, aggiungendo che si registra “un

miglioramento di 13 posizioni rispetto al precedente anno, pur rilevandosi che i più importanti Stati membri dell’UE sono collocati in una posizione più alta”, ma è evidente che ciò non basta di certo a motivare i grandi investitori stranieri a preferire, dentro un mercato europeo ormai del tutto unificato, l’Italia ad altri Paesi dell’Ue dove la giustizia è molto più rapida ( e per di più l’amministrazione pubblica è molto più efficiente e le imposte sono molto più basse).

Per non sconfortare ulteriormente l’illustre platea che lo ascoltava il Primo Presidente ha fatto solo accenni fuggevoli alla giustizia penale. Lo si può capire: il tasso di mancata individuazione dei colpevoli è così alto in certi settori (ad esempio quello dei furti in appartamenti) da rendere in molti casi l’attività del ladro meno pericolosa di quella della vecchina che attraversa al crepuscolo un viale di periferia.

Nelle pagine conclusive del suo discorso Giovanni Canzio ha poi detto cose giudiziose, e spesso meritevoli di attenzione, come può vedere chi, desideroso di approfondire la materia, vada a leggersi l’originale del suo discorso, accessibile via Internet sul sito della Corte di Cassazione. Ci interessa però qui andare piuttosto all’inizio del discorso, là dove, dopo aver citato e commemorato alcuni magistrati vittime della mafia e del terrorismo degli «anni di piombo» ha aggiunto che “il ricordo della loro statura morale e professionale c’interroga sulla moderna declinazione del principio costituzionale di esclusiva soggezione del giudice alla legge, cui è ancorato il fondamento dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura: «istituzione della ragione», sottratta alla logica del consenso popolare perché prevalgano solo le esigenze di giustizia e di tutela dei diritti della persona”. Ma chi l’ha detto? A meno di un’ora di auto o di treno da Milano si entra in Svizzera, dove i giudici vengono eletti dai parlamenti (cantonali o federale secondo i casi); e in altre tre ore si raggiunge la Germania dove i giudici vengono nominati dai ministeri della Giustizia (dei Länder o del Bund secondo i casi), e dove non esiste alcun CSM. E non si risulta affatto che il loro non essere un apparato monolitico centralizzato e il loro non essere sottratti “alla logica del consenso popolare” ne faccia dei magistrati peggiori e più lenti dei nostri. Risulta anzi il contrario. Ecco allora qualche spunto di riflessione per un governo che fosse così coraggioso da osar mettere mano alla riforma della giustizia sfidando il “Chi tocca muore” dietro cui la  magistratura ha saputo sin qui efficacemente trincerarsi. Ci sarebbe poi ancora qualcosa da dire sulle idee che il Primo Presidente della Corte di Cassazione dimostra di avere in tema di nessi tra ragione, democrazia, giustizia e  diritti della persona, ma lasciamo stare. Altrimenti si corre il rischio di giungere a meste conclusioni.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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