Migranti: un problema che non si può oggi affrontare con metodi che potevano andare bene trent’anni fa

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 3 febbraio 2016

La crisi del trattato di Schengen, innescata dall’ afflusso sin qui risultato incontrollabile di masse di richiedenti asilo nel territorio dell’Unione Europea, sta in primo luogo provocando serie conseguenze da un lato in Italia e negli altri Paesi di prima accoglienza (fra cui innanzitutto la Grecia); e dall’ altro nei Paesi verso cui queste persone per lo più mirano a stabilirsi, ossia la Germania e la Svezia.

E’ evidente tuttavia che ne possono derivare delle ripercussioni anche per la Svizzera, che come noto dal 2008 ne fa parte. Senza chinarci su questo specifico problema, che tra l’altro sarebbe fuori tema in questa rubrica, ci soffermiamo qui sulla questione nel suo insieme. La convenzione (nota anche come trattato)di Schengen prende nome dalla piccola località del Lussemburgo, bagnata dal fiume Mosella, all’altezza della quale i delegati dei Paesi primi firmatari la siglarono nel 1985 nel corso di una riunione che aveva luogo su un battello fluviale. Risale dunque a un’epoca in cui le attuali migrazioni irregolari di massa verso l’Europa non erano nemmeno immaginabili. Né erano all’orizzonte nel 1995, dieci anni dopo la sua firma, quando infine entrò in vigore.  Si tratta poi di un accordo il cui perimetro, la cosiddetta “area di Schengen”, non coincide con quello dell’Unione Europea. Cinque Stati membri dell’Ue (Gran Bretagna, Irlanda, Bulgaria, Romania e Croazia) non ne fanno parte, mentre vi rientrano pure Stati non membri dell’Ue: oltre alla Svizzera e al Liechtenstein, quest’ultimo dal 2011, anche la Norvegia e l’Islanda. Ne consegue — osserviamo qui per inciso — che tutto il parlare che si fa in Italia dell’eventuale fine del trattato di Schengen come sinonimo di fine dell’Unione Europea non ha senso alcuno. La libera circolazione dentro l’Unione dei cittadini degli Stati membri non dipende affatto dal trattato di Schengen e perdurerebbe anche se esso venisse abrogato.

Si fa adesso un gran discutere in sede di Unione Europea sull’eventualità di sospendere il trattato, che fra l’altro diversi Paesi già non lo stanno più applicando. In effetti si tratta piuttosto di rinegoziarlo. E’ evidente che procedure e meccanismi che potevano funzionare quando i richiedenti asilo erano poche migliaia all’anno non hanno più senso quando, come l’anno scorso, sono giunti a essere un milione.

E lo stesso dicasi per la susseguente convenzione di Dublino siglata nel 1990 e entrata in vigore nel 1997, cui pure la Svizzera partecipa in forza di uno specifico accordo di cooperazione. A norma di tale convenzione è sui Paesi di primo arrivo che incombe l’obbligo di verificare se il richiedente asilo abbia o meno titolo a tale status.  Un po’ irresponsabilmente l’Italia — e gli altri Paesi che la geografia destina ad essere la principale porta d’ingresso nell’Ue dei richiedenti asilo dal Sud del mondo — a suo tempo firmarono la convenzione di Dublino senza chiedere alcun adeguato sostegno e garanzia a Bruxelles e al resto degli Stati membri dell’Unione. Questi Paesi avrebbero dovuto invece tempestivamente attrezzarsi potendo perciò contare sul sostegno economico del resto dell’Unione. Niente di tutto ciò è accaduto: oggi quindi non sono affatto in grado di “filtrare” la massa di richiedenti asilo che raggiungono il loro territorio. Si limitano pertanto a controlli minimi e poi lasciano che i richiedenti asilo si rimettano in viaggio verso i parenti e gli amici che li attendono soprattutto in Germania e in Svezia.  L’esodo di queste persone infatti non è alla cieca. Ha invece comprensibilmente delle mete prestabilite, il che rende del tutto astratta la grande trovata con cui la Commissione Europea crede di risolvere il problema, ovvero la loro ridistribuzione burocratica nei 28 Stati dell’Ue. E’ ovvio infatti che se una certa famiglia di profughi è in viaggio verso i parenti o gli amici che la aspettano ad Amburgo qualora venga dirottata in Slovenia si rimetterà in viaggio per Amburgo il più presto possibile. Tuttavia né la Germania, né soprattutto la Svezia, un Paese di meno di 10 milioni di abitanti, sono in grado di reggere sine die un flusso di richiedenti asilo così ingente, tanto più in assenza di un adeguato meccanismo di “filtraggio” all’ingresso.

Stando così le cose la rinegoziazione del trattato di Schengen si impone; e tutti i Paesi coinvolti, siano essi membri o meno dell’Unione Europea, hanno a nostro avviso il dovere e il diritto di esserne parte attiva.  Senza un effettivo controllo delle frontiere esterne dell’area di Schengen il sistema infatti non può reggere. E a lungo termine non regge  comunque se le grandi potenze non si impegnano spegnere i  focolai di conflitto nel Vicino Oriente e altrove che sono il motore immediato di tali flussi.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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