Scuola italiana e lingue straniere: perché partire dall’inglese è un errore che stiamo incominciando a pagare caro

L’inglese non basta, anzi è meglio non saperlo, La Nuova Bussola Quotidiana,  10 febbraio 2016

Ha suscitato sorpresa la notizia, ripresa di recente fra l’altro dal Corriere della Sera, secondo  cui nel nostro Paese l’insegnamento  delle lingue straniere, tutto centrato sull’inglese (studiato dal 98 per cento degli attuali studenti),  sta dando esiti fallimentari.  Il risultato  è  che, secondo le statistiche dell’Unione Europea, il 40 per cento degli italiani non parla alcuna lingua straniera  e soltanto il 16 per cento parla due lingue.  La scuola statale italiana, ossia la scuola ove studia in Italia la quasi totalità degli studenti,  è  complessivamente di bassa qualità, anche se le eccezioni alla regola per fortuna non mancano. Quindi il mesto risultato riguardo alla conoscenza di lingue straniere in certa misura si può spiegare  anche così; insomma come un particolare  in  un  quadro che è quello che è.

Ciononostante c’è un elemento che merita specifica attenzione: da una parte in nessun altro  Paese dell’Unione  ci si concentra tanto sull’inglese, e dall’altra soltanto da noi risultano così numerosi coloro che non parlano alcuna lingua straniera.  C’è da pensare che tra una cosa e l’altra ci possa essere un nesso. E a nostro avviso è proprio così: una è la conseguenza dell’altra.   Invece di insistere ad estendere ovunque l’insegnamento dell’inglese,  e addirittura a imporre l’inglese come lingua veicolare nella scuola e nell’università con esiti maccheronici, sarebbe meglio cominciare a domandarsi se il problema non sia solo  didattico bensì culturale nel senso più proprio della parola. Il successo  o l’insuccesso nello studio di lingue straniere è qualcosa che in sostanza viene prima dell’impegno a studiarle.  Dipende preliminarmente da un giudizio che ciascuno deve maturare in sé stesso sull’importanza o meno  di saperle parlare.

Alla radice della spropositata concentrazione sull’inglese c’è a  nostro parere un’idea astratta e schematica delle relazioni con gli altri popoli e le altre culture che contribuisce in larga misura al fallimento specifico della scuola statale italiana in materia.  Come dimostra l’esperienza dei Paesi europei dove la conoscenza di lingue diverse dalla propria è un fenomeno di massa — come in primo luogo la Svizzera, ma poi anche il  Lussemburgo ecc. —  l’insegnamento delle lingue straniere ha successo nella misura in cui: 1) si parte dalla lingua del vicino, e non dalla lingua franca d’uso internazionale; 2) ci si orienta al plurilinguismo, ovvero all’acquisizione della conoscenza di più lingue; 3) si educano gli allievi alla capacità di raggiungere quando necessario la competenza in altre lingue oltre a quelle studiate a scuola.  In tale prospettiva l’inglese, e specialmente  l’inglese di più largo uso internazionale,  una “lingua franca” distorta e degradata, è un pessimo punto di partenza.  La scoperta del vicino e della sua diversa lingua è per gli scolari una spinta allo studio delle lingue più forte di cento corsi di inglese che calano astrattamente dall’alto. Per convincere gli scolari dell’importanza di parlare lingue straniere serve molto di più una semplice gita scolastica in Francia o in Svizzera o in Austria o in Slovenia  (che in buon parte d’Italia non richiede più di una giornata). Nell’Europa  continentale l’inglese è la lingua del vicino solo per  gli spagnoli dell’Andalusia, con cui confina Gibilterra.  Ovunque altrove le lingue con cui concretamente ci si imbatte sono altre.  In secondo luogo  è decisivo educare al plurilinguismo e non alla conoscenza esclusiva di una sola lingua straniera, l’inglese, intesa in fin dei conti come una forma di monolinguismo aggiornato.  Nel mondo globalizzato in cui viviamo  dovrebbe diventare quasi normale la conoscenza di 3-4  lingue oltre alla propria. Nel momento in cui si è andati ad allungare l’obbligo scolastico fino ai 18 anni di età in una scuola che funzionasse come si deve si potrebbero normalmente insegnare con buon successo a tutti  tre lingue moderne oltre alla propria (come si fa da anni ad esempio  nelle scuole della Svizzera Italiana)  lungo un itinerario che partisse da una lingua del vicino per arrivare infine all’inglese smettendola invece di partire dall’inglese  per poi di solito non andare da nessuna parte.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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