La sostanza del potere in Italia, e quel che possiamo fare

Editoria e potere, quanto (poco) resta ai cattolici, La Nuova Bussola Quotidiana, 4 marzo 2016

Notizie come quella diffusasi ieri del passaggio dei due importanti quotidiani sin qui controllati dalla famiglia Agnelli — La Stampa di Torino e il Secolo XIX di Genova —  al gruppo Espresso/la Repubblica di Carlo De Benedetti, la dicono davvero lunga sulla sostanza del potere in Italia. E se qualcosa non fosse ancora chiaro ogni dubbio viene meno se si considera pure l’annuncio ormai imminente dell’uscita della famiglia Agnelli anche dalla Rcs, la società editrice del Corriere della Sera. Quindi il prospettarsi della fusione o quantomeno della stretta alleanza fra lo storico quotidiano milanese e Il Sole/24 Ore, di  cui una Confindustria ormai ridimensionata ritiene di non avere più bisogno.

Queste scelte ci vengono amabilmente spiegate come segno della decisione della famiglia Agnelli di concentrare i propri investimenti nel settore dell’auto. Se questo fosse vero diventerebbe però difficile comprendere perché mai il frutto della vendita di questi pacchetti azionari sia stato investito nell’acquisto di una quota di controllo di The Economist, il settimanale edito a Londra che è la bibbia a dispense della “razza padrona” del mondo globalizzato in cui viviamo. In effetti si completa così l’esodo della famiglia Agnelli dall’Italia, che peraltro Alain Elkann e Sergio Marchionne preannunciarono  chiaramente e per tempo a un’establishment italiano che, come un gigantesco proverbiale struzzo, non sapendo che fare preferì fingere di non aver capito.

Tralasciando per il momento  le conseguenze di tale svolta in sede internazionale, vorrei soffermarmi su che cosa essa significhi per l’Italia, che peraltro ha un ruolo internazionale maggiore di  quanto di solito da noi si pensa. In tale prospettiva osservo in primo luogo che il riassetto in corso dell’ordine costituito della grande stampa in Italia gioca ancora una volta nel senso di una distorsione tra quel che pensa il popolo e quel che appare alla ribalta dei media; e perciò nella direzione di una censura della persistente presenza cristiana nella società del nostro Paese.

Al compiersi del riassetto cui più sopra si accennava, la quasi totalità della comunicazione di massa più influente in Italia sarà ancor più di prima ispirata a culture di matrice post-illuministica. Magari una più radicale e l’altra più liberale (quindi rispettivamente più o meno favorevoli al governo del momento) ma sulla stessa linea per quanto concerne l’esclusione dalla “normalità” della cultura nonchè del costume e dell’arte, delle visioni del mondo di tipo religioso in genere e di tipo cristiano in particolare. Ciò non significa beninteso una censura assoluta e formale. Nessuno tra i padroni del vapore è così sciocco da escludere totalmente dallo spazio mediatico il Papa e i suoi viaggi, le grandi assemblee di popolo di piazza San Pietro in Roma o il grande spettacolo della memoria di personalità di straordinario carisma da Madre Teresa di Calcutta, a Padre Pio o al Dalai Lama, magari frullate tutte insieme.  Quando però da quest’area  giunge qualcosa che non rientra nella “norma” della cultura post-illuminista —  come ad esempio la recente mobilitazione di massa contro la prospettiva dello sfaldamento della famiglia come realtà specifica – ecco che di colpo si chiudono i compartimenti stagni: la realtà non approvata viene spinta fuori dalla scena e chiusa come in un acquario. Tipicamente non le viene più riconosciuto alcun diritto di spiegarsi da sé. Diventa qualcosa di cui altri parlano, che altri spiegano e deplorano. In questo quadro le tv non riequilibrano le cose, ma anzi le squilibrano ulteriormente. Tutte le catene televisive sopraggiunte negli ultimi anni — da Sky a “la7” e così via — sono orientate a filosofie di matrice “laica” radicale. Nel caso di Sky anche in modo particolarmente estraneo alla realtà italiana. L’orchestra si è ampliata, ma il direttore è sempre il medesimo, ovvero il gruppo L’Espresso/la Repubblica. A questo si aggiunge che le testate che in teoria dovrebbero essere di altra cultura, a partire da quelle di area cattolica, in genere restano al traino della cultura dominante di cui offrono nel migliore dei casi delle varianti complessate e per lo più ben poco attraenti.

D’altra parte tale stato di cose è l’esito  più recente di un processo storico, sin qui mai efficacemente contrastato, che inizia ben prima del nostro tempo presente. Se anche le cose cominciassero a cambiare domattina ancora per molto tempo non si avvertirebbero cambiamenti di rilievo. Di qui la necessità per ciascuno di dedicare tempo, spazio, confronto con maestri e amici, alla “scoperta”, all’uso tenace e alla diffusione di fonti informative qualificate cui non viene dato di affacciarsi sul palcoscenico del grande circo mediatico.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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