Papa Francesco: il mondo ha bisogno dell’Europa

 Il Papa riflette sull’identità dell’Europa, La Nuova Bussola Quotidiana, 9 marzo 2016

Lo scorso primo marzo Papa Francesco ha ricevuto in udienza privata alcuni leader e intellettuali francesi di ambiente cristiano-sociale. Tramite il cardinale Barbarin l’udienza era stata richiesta da Philippe Roux, fondatore del gruppo Poissons Roses (= Pesci Rosa),  punto di riferimento dei cattolici che militano nel Partito socialista di François Hollande.  All’incontro, durato circa un’ora e mezza, partecipava fra gli altri il direttore de La Vie, Jean-Pierre Denis, che ha poi pubblicato un suo resoconto dell’udienza sul sito della rivista da lui diretta,  www.lavie.fr .

Nel clima di diffuso pettegolezzo planetario che attualmente caratterizza l’informazione, l’udienza ha fatto notizia soprattutto perché nel toccare il tema dell’attuale afflusso di arabi in Europa Papa Francesco ha parlato di “invasione araba”. Tanto è bastato perché per un paio di giorni si perdesse tempo a discutere sul senso di  tale espressione, per comprendere la quale sarebbe bastato andarsi a leggere il resoconto di Denis. In effetti i temi-chiave del colloquio erano comunque stati altri.

Come rispondere alla crisi spirituale che attraversa il nostro paese e il nostro continente? Come formulare una critica della modernità che non sia reazionaria? Erano questi in sostanza i quesiti al centro dell’incontro, che nel caso specifico si riferivano alla Francia e prendevano le mosse  dalla sensibilità propria del cristianesimo sociale francese, ma che hanno un’evidente validità generale.

E’ a nostro avviso in primo luogo interessante che Francesco, con il suo sguardo di Papa venuto “quasi dalla fine del mondo”, che perciò di certo non può essere sospetto di eurocentrismo, abbia detto ai suoi ospiti francesi che “Il solo continente che può portare una certa unità al mondo è l’Europa (…) “la Cina ha forse una cultura più antica, più profonda. Ma solo l’Europa ha una vocazione di universalità e di servizio”. Poi, riferisce il direttore de La Vie, Francesco ritorna a un argomento del suo discorso di Strasburgo del 25 novembre 2014, quando aveva paragonato l’Europa a una nonna un po’ stanca. “La vecchia nonna può tornare ad essere una giovane madre?, lo provoca Denis. “Un capo di Stato mi ha già posto questa domanda”,  risponde il papa, “ Sì, lo può: Ma ci sono delle condizioni (…) il rinnovamento non può essere solo quantitativo”. “ Se l’Europa vuole ringiovanire occorre che ritrovi le sue radici culturali. Tra tutti i paesi occidentali le radici dell’Europa sono le più forti e le più profonde. Attraverso la colonizzazione queste radici hanno anche raggiunto il nuovo mondo. Dimenticando la sua storia l’Europa si affievolisce. E così rischia di diventare uno spazio vuoto”

L’Europa, uno spazio diventato vuoto? L’espressione è forte, osserva Denis. Colpisce in pieno e fa male. E’ anche angosciante. Perché nella storia delle civiltà il vuoto richiama sempre il pieno.” Si può parlare oggi di invasione araba. E’ un fatto sociale “, ma”, continua il Papa, ”quante invasioni l’Europa ha conosciuto nel corso della sua storia! E ha sempre saputo superare sé stessa, andare avanti per ritrovarsi poi come ingrandita dallo scambio tra le culture” Quale uomo di Stato porterà un tale rinnovamento? “ A volte mi domando dove voi potrete trovare un nuovo Schuman o un nuovo Adenauer, questi grandi fondatori dell’Unione europea”, sospira il papa, “capaci di applicarsi alla crisi dell’Europa, minata dagli egoismi nazionali, da piccoli mercanteggiamenti e giochi di corto respiro”.

E’ poi di grande interesse il punto di vista da cui questo Papa latinoamericano allarga dall’Europa lo sguardo al globo. “A partire da Magellano”, egli osserva, “abbiamo imparato a guardare il mondo da sud. Ecco perché dico che il mondo si vede meglio dalla periferia che dal centro, e che dalla periferia capisco meglio la mia fede, senza dimenticare che la  periferia può essere umana, legata alla povertà, alla salute o anche a un sentimento di periferia esistenziale”.  C’è poi, aggiunge, “qualcosa che mi preoccupa. Certo la globalizzazione ci unisce e dunque ci sono degli aspetti positivi. Ma trovo che ci sia una globalizzazione buona e una meno buona. Quella meno buona può essere rappresentata come una sfera su cui ogni persona si trova a ugual distanza dal centro. Questo primo schema separa l’uomo da sé stesso, lo uniforma e alla fine gli impedisce di esprimersi liberamente. La globalizzazione migliore è invece quella che si può rappresentare come un poliedro. Tutto il mondo è una cosa sola ma ogni popolo, ogni nazione conserva la sua identità, la sua cultura, la sua ricchezza. La sfida per me è questa globalizzazione buona che permette di conservare ciò che ci definisce. Questa seconda visione della globalizzazione unisce gli uomini senza negare la loro singolarità: perciò favorisce il dialogo e la comprensione reciproca. Il dialogo implica una conditio sine qua non: partire dalla propria identità. Se non sono chiaro con me stesso, se non conosco la mia identità religiosa, culturale, filosofica, non posso incontrare l’altro. Non c’è dialogo senza appartenenza”. Queste affermazioni meritano a nostro avviso di venire attentamente considerate poiché danno il quadro entro cui si situa quell’appello che è così rilevante nel magistero di Francesco: l’appello alla Chiesa, ai cristiani ad “uscire”, a “iniziare processi piuttosto che occupare spazi”, a correre il rischio di “una sorta di squilibrio calcolato”.

Comunque interessante anche per noi – diciamo concludendo — ma ovviamente cruciale per i suoi ospiti di quel giorno, è l’idea che Papa Francesco ha della Francia e del suo ruolo in Europa. “La Francia ha bisogno di essere messa sottosopra… Ha qualcosa da dirci al riguardo?”, gli domanda Philippe Le Roux. ” Il papa sorride sornione: ”Nel mondo ispanico si dice che la Francia è la figlia maggiore della Chiesa, ma non necessariamente la più fedele (…). “Dal punto di vista cristiano la Francia ha generato numerosi santi, donne e uomini di una spiritualità molto fine. In particolare tra i gesuiti, dove a fianco della scuola spagnola si è sviluppata una scuola francese che ho sempre preferito. Il filone francese inizia molto presto, fin dall’origine con Pierre Favre. Ho seguito questo filone, quello del padre Louis Lallement. La mia spiritualità è francese. Il mio sangue è piemontese, e forse è questa la ragione di una certa vicinanza. Nella mia riflessione teologica mi sono sempre nutrito di Henri de Lubac e di Michel de Certeau. Per me de Certeau resta il più grande teologo per l’oggi.”

In quanto infine alla laicità (riguardo alla quale la Francia, come si sa, ritiene di avere comunque il primato) Papa Francesco non ha esitato a dire ai suoi ospiti che la laicità francese “è incompleta. La Francia deve diventare un paese più laico. Occorre una laicità sana”. Ossia una laicità che  “comprenda un’ apertura a tutte le forme di trascendenza secondo le differenti tradizioni religiose e filosofiche”. “Una critica che ho da fare alla Francia”, ha osservato il Papa, è che la sua laicità “discende troppo dalla filosofia dell’Illuminismo per la quale tutte le religioni sono una sottocultura. La Francia non è ancora riuscita a superare questa eredità”. A uno dei presenti, il quale gli replicava che oggi “In Francia c’è un vero dibattito sulla laicità, e il clero difende la visione di laicità da lei  evocata”, ci viene riferito che Francesco rallegrandosi ha risposto, “Tanto meglio”, ma senza recedere dal suo giudizio.

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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