Migranti e rotta libica: mentre Roma tace gli scafisti gonfiano i gommoni

Immigrazione, chiusi i Balcani si aprirà subito la rotta libica, La Nuova Bussola Quotidiana, 21 marzo 2016

“Immigrazione, qualcosa sta cambiando in Europa”, scrivevamo lo  scorso 15 marzo, ma nemmeno noi ci aspettavamo cambiamenti tanto repentini. Non appena l’Unione Europea è giunta a un accordo in materia con la Turchia, frontiere che sembravano incontrollabili in un battibaleno sono divenute a tenuta stagna.  I luoghi, gli agenti schierati in tenuta anti-sommossa e i reticolati  sono gli stessi. Ora però i migranti assiepati sulla linea di confine sanno che non è più il caso di tentare lo sfondamento. Quei pochi che, forse perché male informati, ancora ci provano vengono respinti a viva forza. E di regola non hanno nemmeno la modesta  consolazione di venire ripresi dai telecronisti mentre vanno a farsi medicare le contusioni, se non le fratture, nelle infermerie da campo allestite nei pressi. Su di loro insomma qualcuno ha deciso che si è già pianto abbastanza. In quanto poi ai migranti che fino alla scorsa settimana trovavano senza problemi tutto il necessario per il passaggio in gommone fino a Lesbo e ad altre isole greche nelle città costiere  turche ad esse vicine, ecco che di colpo la polizia turca si accorge di loro e comincia a contrastarne l’esodo.

Tutto questo dovrebbe finalmente aiutare chiunque a capire che questi ingenti flussi migratori  non autorizzati verso l’Unione Europea sono un fenomeno governato, e non un fenomeno spontaneo. Quindi, pur essendo ovviamente utile, l’affronto del problema in termini di “accoglienza sì / accoglienza no” non è sufficiente per coglierlo in tutti i suoi aspetti.  La penosa…materia prima del fenomeno è senza dubbio costituita  dall’esistenza nell’emisfero Sud di persone che, avendone i mezzi, pur di raggiungere l’Europa, le sue occasioni di lavoro e i suoi sistemi di sicurezza sociale, sono disposte a tentare anche insieme alle loro famiglie viaggi molto disagiati e spesso molto pericolosi. La causa immediata di tali esodi sono talvolta delle guerre ma (come già avemmo occasione di dire), il fenomeno non ne dipende affatto in modo esclusivo.

Nella condizione moderna spostamenti a distanza di decine di migliaia di persone non possono essere spontanei. Presuppongono necessariamente un supporto logistico che può venire fornito solo da governi o comunque da forze organizzate con un esteso potere di controllo del territorio.  Questo spiega perché un esodo apparentemente “biblico” come quello in corso da alcuni mesi dalla Turchia verso la Germania  attraverso la cosiddetta via balcanica  può benissimo venire meno nell’arco di pochi giorni.

In cambio di tre miliardi di euro a breve, e di altri tre a rate negli anni prossimi, la Turchia ha accettato di riprendersi i migranti cui l’Unione Europea non riconoscerà il diritto d’asilo; e per ognuno dei migranti restituiti alla Turchia l’Unione (ovvero la Germania) si è impegnata ad accogliere un siriano, diciamo così…a scelta, selezionato tra quelli che  attualmente si trovano in un campo profughi in Turchia. Si tratta di un meccanismo che per funzionare in fretta e bene presuppone sistemi di censimento, di accoglienza, di selezione, di spostamento e di scambio fra migranti respinti e migranti accolti  che sono così complessi da risultare semplicemente impensabili nella situazione data. Se quindi  Unione Europea e Turchia fanno finta che siano praticabili questo vuol dire che sotto sotto si spera di procedere sulla base di meccanismi molto più grezzi. In questo senso sarà interessante capire che cosa accadrà in Grecia sul cui territorio si trovano alcune decine di migliaia di migranti in gran parte destinati al rientro in Turchia. E’ in pratica impossibile infatti che la Grecia possa mettere in moto in pochi giorni  un’organizzazione del genere. Né si possono escludere rivolte o quantomeno mobilitazioni dei migranti in questione, magari anche fomentate dalle bande internazionali di passatori che sin qui lucravano sulla loro odissea.

In cambio della sua disponibilità a tenersi o a riprendersi tutti questi migranti (a spese dell’Unione), la Turchia ha inoltre ottenuto non solo la promessa di un riavvio dei colloqui in vista di un suo futuro ingresso nell’Unione stessa ma pure, il che nell’immediato forse ancor maggiormente le interessa,  porte più aperte all’immigrazione turca in Europa, sinora diretta quasi soltanto in Germania.  Tutto questo comunque non si spiega se non sulla scorta di un certo ridimensionamento dei sogni di gloria neo-ottomana dell’attuale governo turco la cui politica espansionistica verso la Siria e l’Iraq del Nord ha inaspettatamente provocato per contraccolpo il risveglio del nazionalismo dei curdi turchi, i quali sono maggioritari proprio in quelle province della Turchia orientale che confinano con la Siria e l’Iraq. Un risveglio purtroppo segnato dal ripetersi di attentati terroristici dei quali sia ad Ankara che a Istanbul fanno le spese soprattutto civili inermi. E fra questi pure ignari turisti stranieri.

In tale quadro diventano fra l’altro sempre meno giustificate le incertezze della politica del nostro attuale governo nei riguardi della Libia. E’ evidente che, nella misura in cui si chiude la “via balcanica”, le organizzazioni criminali di passatori che prosperano sulla gestione dei flussi migratori non autorizzati punteranno a riattivare al massimo il vecchio itinerario i cui estremi  sono gli approdi sulle coste della Libia da un lato e dall’altro Lampedusa e la Sicilia. Sorprende che a Bruxelles il nostro governo non abbia posto la questione all’ordine del giorno in concomitanza con la definizione dell’accordo fra Ue e Turchia. Viste da fuori le due questioni sono diverse, ma viste dall’interno dell’Unione Europea appaiono invece chiaramente come le due facce di una stessa medaglia. Le differenze ovviamente ci sono: in primo luogo la ben diversa consistenza di uno Stato forte come la Turchia da una parte, e dall’altra di uno Stato allo sfascio come la Libia. Questo però pone problemi di metodo, ma non di sostanza. E per natura sua il caso libico implicherebbe anzi un ancor più compatto sostegno sia politico che finanziario dell’Unione all’Italia, in quanto Paese membro cui la storia e la geografica impongono un ruolo di primo piano nel caso specifico. Invece alla ribalta tutto tace mentre dal retroscena giungono solo brusii confusi e preoccupanti.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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