La realtà delle cose e quella dei giornali: due mondi sempre più lontani l’uno dall’altro

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 22 marzo 2016

Nata in età illuministica come strumento critico dell’ordine costituito, a servizio dei nuovi ceti borghesi “illuminati” allora decisi a cambiarlo, adesso nel suo insieme la stampa (ora divenuta innanzitutto audiovisiva e telematica) di tale ordine costituito fa parte a pieno titolo. Beninteso, le eccezioni non mancano, e tra queste anche il GdP e pure noi nel nostro piccolo. E’ però realistico non dimenticare mai che appunto è di eccezioni che si sta parlando. Perciò a tempo debito a ogni sostanziale riorganizzazione dell’ordine costituito corrisponde un simmetrico riallineamento della stampa più diffusa e influente. E’ quanto sta accadendo in Italia dove è stato di recente annunciato il passaggio dei due importanti quotidiani sin qui controllati dalla famiglia Agnelli — La Stampa di Torino e il Secolo XIX di Genova —  al gruppo Espresso/la Repubblica di Carlo De Benedetti. E contemporaneamente l’uscita della famiglia Agnelli anche dalla Rcs, la società editrice del Corriere della Sera. Quindi il prospettarsi della fusione o quantomeno della stretta alleanza fra lo storico quotidiano milanese e Il Sole/24 Ore, di  cui una Confindustria ( il Vorort italiano) ormai ridimensionata ritiene di non avere più bisogno.

Oggi nel suo insieme il sistema massmediatico, versione aggiornata di quella  che un tempo si chiamava appunto semplicemente “stampa”, è una macchina, se non una macina, di dimensioni planetarie. Come il mercato di ogni altro prodotto di largo consumo anche quello dell’informazione è dominato da alcune poche multinazionali. Sono queste multinazionali che in ogni momento decidono che cosa nel mondo “fa notizia”, e che cosa invece si può trascurare Nello specifico si tratta di multinazionali direttamente legate ai governi delle maggiori potenze; oppure, come nel caso (peraltro decisivo) degli Stati Uniti,  impegnate in modo non scritto ma molto efficace a muoversi tenendo  conto  della politica estera di Washington. Da tutto ciò non deriva una censura assoluta e invalicabile, ma in ogni caso l’eventuale sordina prolungata su fatti che si preferirebbe non accadessero. Si vedano ad esempio le attuali persecuzioni dei cristiani, a lungo ignorate o mascherate. Oppure la crisi demografica ormai quasi planetaria: un evento cruciale ma che tuttavia finora non “fa notizia” lasciando ancora il proverbiale uomo della strada nel convincimento che stiamo diventando troppi, quando invece dalla metà degli anni ’90 del secolo scorso il nostro problema principale da un punto di vista demografico è che nell’insieme stiamo diventando sempre più vecchi.

Siamo ormai confrontati con una sempre più frequente distorsione del peso obiettivo dei fatti. Sia  chiaro, non stiamo parlando della legittima diversità dei giudizi e delle valutazioni. Stiamo parlando della censura di alcuni fatti in quanto tali. A questo si aggiungono inoltre delle vere e proprie manipolazioni: un fenomeno che tra l’altro è stato a tema lunedì 15 marzo scorso a Bellinzona di “Manipolare i media per manipolare le coscienze”, uno degli incontri di “Occidente: sfida e risorse”. L’incontro, che rientrava nella serie di serate in programma al Palazzo Civico nel quadro dell’iniziativa “Gli incontri di San Biagio”, ha visto Marcello Foa e chi scrive toccare appunto l’argomento della manipolazione intenzionale della realtà delle cose ovvero dell’erosione programmata di convincimenti diffusi portata avanti non mediante argomentazioni, mediante il pubblico dibattito, bensì mediante tecniche di persuasione occulta.

In tale prospettiva merita di venire attentamente considerato che – tenuto conto delle forze predominanti nel sistema massmediatico mondiale – tutto ciò porta con sé una censura della dimensione religiosa in genere e della presenza cristiana in particolare. Lo stesso episodio della concentrazione in corso nel mondo dei grandi quotidiani italiani, da cui abbiamo preso le mosse, si situa nella medesima direzione. Al compiersi del riassetto cui più sopra si accennava, la quasi totalità della comunicazione di massa più influente in Italia sarà ancor più di prima ispirata a culture di matrice post-illuministica. Ovvero a modi di pensare che escludono le visioni del mondo di tipo religioso in genere, e di tipo cristiano in particolare, dalla “normalità” della cultura, del costume e dell’arte. Ciò non significa beninteso una censura assoluta e formale. Nessuno tra i padroni del vapore è così sciocco da escludere totalmente dallo spazio mediatico il Papa e i suoi viaggi, le grandi assemblee di popolo di piazza San Pietro in Roma e così via.  Quando però da quest’area  giunge qualcosa che non rientra nella “norma” della cultura post-illuministica —  come ad esempio la recente mobilitazione di massa in Italia contro la prospettiva dello sfaldamento della famiglia come realtà specifica – ecco che di colpo si chiudono i compartimenti stagni: la realtà non approvata viene spinta fuori dalla scena e chiusa come in un acquario. Tipicamente non le viene più riconosciuto alcun diritto di spiegarsi da sé. Diventa qualcosa di cui altri parlano, che altri spiegano e deplorano. D’altra parte tale stato di cose è l’esito  più recente di un processo storico, sin qui mai efficacemente contrastato, che inizia ben prima del nostro tempo presente. Se anche le cose cominciassero a cambiare domattina ancora per molto tempo non si avvertirebbero cambiamenti di rilievo. Di qui la necessità per ciascuno di dedicare tempo, spazio, confronto con maestri e amici, alla “scoperta”, all’uso tenace e alla diffusione di fonti informative qualificate cui non viene dato di affacciarsi sul palcoscenico del grande circo mediatico.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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2 risposte a La realtà delle cose e quella dei giornali: due mondi sempre più lontani l’uno dall’altro

  1. francesco taddei ha detto:

    ronza non le viene mai il dubbio che l’ordine dei giornalisti detti l’ordine di pensiero ai nostri giornalisti? il dubbio che sia un organo di controllo invece che di garanzia?

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