Quando i media diventano irresponsabilmente complici del terrorismo

 Media, servi sciocchi del terrore, La Nuova Bussola Quotidiana, 24 marzo 2016

Tra i padroni della grande informazione, di quella che decide che cosa fa e che cosa non fa notizia, qualcuno comincerà finalmente a capire quanto gioca a favore del terrorismo quanto sta accadendo in questi giorni? Quanto insomma amplifica l’impatto degli attentati la reiterazione audiovisiva per decine di ore dell’evento e l’amplificazione enfatica senza fine delle sensazioni di paura e di confusione nonché il continuo rilancio delle reazioni più scomposte e irrazionali dei loro testimoni più impreparati e inconsapevoli? Di fronte a un effetto del genere i mandanti di questi crimini hanno tutti i motivi per credere che valga la pena di ripeterli in tutta la misura del possibile. Si tratta beninteso di eventi di cronaca drammatici, clamorosi che è impensabile si possano ignorare. Non è però di questo che si tratta. Si tratta non del fatto in sé bensì del come parlarne. Oggi i media sono sempre meno dei testimoni privilegiati e sempre più degli attori di processi informativi, in cui peraltro i fatti e le loro rappresentazioni s’intrecciano ogni giorno più confusamente. Nel quadro del suo ossessivo rapporto di odio verso l’Occidente, ma insieme di attrazione verso il suo sviluppo, il terrorismo islamista si dimostra molto capace di analisi delle “leggi” del  nostro sistema mediatico; e quindi molto abile nel piegarlo ai propri fini. Mentre scriviamo le immagini degli attentati di Bruxelles, eventi tragici ma per natura loro durati pochi secondi, e della fase dell’emergenza, che non può essere durata più di 45-60 minuti, scorrono senza tregua sugli schermi televisivi da circa 36 ore. E sullo sfondo di tali immagini i conduttori dei telegiornali non fanno altro che diffondere paura e confusione. Salvo interrompersi solo per ripetere i luoghi comuni di un multiculturalismo astratto che non aiuta né gli europei autoctoni a porsi positivamente il problema della presenza musulmana in Europa, né gli immigrati musulmani bona fide a prendere chiaramente le distanze, come nel loro stesso interesse dovrebbero, dal terrorismo islamista.

Sarebbe ora di arrivare a qualcosa come un accordo di autodisciplina dei grandi media europei con riguardo a eventi del genere. Un accordo da definirsi e da aggiornarsi sulla base di momenti di comune riflessione tra esperti e “addetti ai lavori”. Sarebbe poi anche importante riequilibrare il messaggio complessivo con riguardo a tali eventi comunicando non solo la paura ma anche il coraggio, facendo anche non solo video-cronache in diretta dalle strade, che per natura loro danno un’immagine estemporanea e frammentata, ma anche interviste di testimoni qualificati e inchieste approfondite su come a livello di responsabili in ogni campo si sta reagendo a questi attacchi:  a livello militare come a livello culturale,  a livello di polizia come a livello sociale.  Rispetto a una realtà delle dimensioni dell’Unione Europea, e tanto più dell’intero Occidente, il terrorismo islamista è come il leone scappato dal circo. Quale che sia il male che può fare nell’immediato ( e  con tutto il rispetto e la condivisione del dolore per le sue vittime) il terrorismo non costituisce in sé alcuna minaccia di rilievo per il mondo in cui viviamo. Fermo restando il dovere di combatterlo con ogni mezzo, sta ad ogni modo a noi  di non fargli assumere nell’immaginazione della gente dimensioni e capacità offensive enormemente superiori a quelle che ha nella realtà. Nella misura in cui ciò accade gli facciamo vincere sui media una battaglia che invece sul terreno perde inevitabilmente.  Sarebbe proprio il caso di non cadere come dei polli in questa banale trappola.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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