Basta con le sanzioni alla Siria di cui fa le spese la gente comune, e non il regime che così si vorrebbe colpire

E’ giunta l’ora di rimuovere le sanzioni alla Siria,  La Nuova Bussola Quotidiana, 28 aprile 2016

L’urgenza di porre termine alle sanzioni contro la Siria, imposte dalle potenze occidentali tra cui l’Italia, è drammaticamente emersa l’altra sera dalla testimonianza a Milano del Vicario apostolico di Aleppo dei latini, mons. Georges Abou Khazen. Ospite del Consiglio regionale della Lombardia, della Diocesi ambrosiana e del Centro culturale di Milano, CMC, con molta discrezione mons. Abou Khazen  ha toccato il tema solo indirettamente. Al pubblico che gremiva l’auditorium “Giorgio Gaber” non  è però sfuggita l’assurdità di tali sanzioni di cui ancora una volta fa le spese la gente comune, e non il governo che così si vorrebbe colpire. Mentre per definizione il traffico clandestino di armi non ne viene affatto frenato, a causa di esse l’interscambio di beni indispensabili si deforma passando dal legittimo commercio al contrabbando, e la solidarietà familiare e civile viene costretta all’illegalità. Alcuni esempi: a seguito del conseguente blocco dei trasferimenti di denaro verso la Siria per posta o a mezzo banca, i siriani stabiliti all’estero già da prima dell’inizio della guerra, tra cui non mancano professionisti qualificati e imprenditori di successo, non possono spedire denaro  ai loro parenti in patria. Per questo motivo può accadere che a dei figli o nipoti residenti in Europa o negli Usa sia impedito di dare sostegno a genitori anziani o nonni bisognosi di cure e di assistenza. Un gran numero di giovani, che frequentavano università europee o americane grazie a borse di studio offerte dal governo o da altri enti siriani, hanno poi dovuto interrompere gli studi perché tali borse sono state bloccate.

Si potrebbe continuare l’elenco aggiungendo che ad esempio le organizzazioni  non governative impegnate in programmi di assistenza non possono più spedire legalmente denaro ai loro operatori in Siria; e che alle missioni archeologiche occidentali già attive in Siria non è più possibile stipendiare collaboratori e custodi che altrimenti avrebbero potuto contrastare il saccheggio degli scavi e dei musei.  Senza poi dimenticare che le sanzioni contro la Siria (come anche quelle contro la Russia) colpiscono in modo molto specifico l’export dell’Italia.  Per fare un esempio che riguarda la Siria, l’industria tessile della regione di Aleppo, spazzata via da degli insorti che erano in pratica forze di invasione, lavorava molto spesso avvalendosi di assistenza tecnica italiana e di macchinari importati dall’Italia.

Quella che in Occidente è presentata come una guerra contro il regime di Assad per buoni motivi viene vista da molti siriani come una guerra contro il loro Paese, la sua società e la sua economia. Nel vuoto ostile che si è aperto ha buon gioco la Russia, che molti vedono come l’unica grossa potenza che, sia pure anche per suoi interessi, sta realmente puntando a una soluzione non catastrofica della crisi. Nel suo discorso mons. Abou Khazen  ha poi pure sottolineato quanto ai tanti professionisti e tecnici siriani che si sono laureati in Europa, e che perciò bene ne conoscono lingue e culture, dispiaccia tra l’altro la rottura delle relazioni non solo diplomatiche ma anche culturali con i Paesi dove hanno vissuto e studiato: sono state chiuse infatti non solo le ambasciate ma anche gli istituti di lingua e cultura ad esse collegati. “Con la chiusura del consolato d’Italia ad Aleppo, erede di una rappresentanza diplomatica che la Repubblica di Venezia aveva aperto nella città già nel secolo XVI,” ha osservato mons. Abou Khazen, “si è interrotta una presenza secolare”.

Tanto più tenendo conto di come stanno adesso le cose, a nostro avviso le sanzioni contro la Siria vanno sospese. E’ una decisione che si può prendere a prescindere dai negoziati di pace in corso, con i quali non interferisce. Rinnovate per un anno dal Consiglio Europeo nel maggio 2015, tali sanzioni scadono il 1° giugno prossimo. E’ dunque il momento di ricominciare a parlarne. E’ troppo augurarsi che il nostro governo prenda posizione contro il loro rinnovo dimostrando non solo a parole ma anche con i fatti la sua conclamata volontà di impegnarsi per la pace e lo sviluppo dei Paesi del Mediterraneo? Una pace e uno sviluppo che sono tra l’altro nel pieno interesse dell’Italia.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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