Elezioni comunali del 5 giugno 2016: nuova tappa di una crisi che non accenna a finire

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 6 giugno 2016

L’altro ieri in Italia oltre 13  milioni di elettori sono stati chiamati a votare il nuovo consiglio comunale e il nuovo sindaco di 1342 comuni tra cui quelli delle maggiori città (Milano, Torino, Bologna, Trieste, Roma e Cagliari), tutte quante capoluogo di Regione. Inoltre di altri diciotto capoluoghi di provincia tra cui Varese. Al riguardo ricordiamo che, diversamente da quanto il premier Renzi avrebbe già voluto, le province esistono tuttora, ma i loro organi di governo non vengono più eletti dal popolo. Ha votato solo il 62,1 per cento degli iscritti aventi diritto, in ulteriore discesa rispetto al 67,6 cento del 2011.  Contrariamente al solito il massimo di tale decremento (-12,8)  è stato registrato non a Roma o nel Sud bensì a Milano. Nella gran parte dei casi, comprese tutte le città maggiori salvo Cagliari, nessun candidato sindaco ha ottenuto la maggioranza assoluta dei voti. Quindi gli elettori saranno chiamati a un ulteriore voto di ballottaggio tra i due candidati che hanno raccolto più consensi. A Milano la partita è ancora aperta tra Beppe Sala, centrosinistra, e Stefano Parisi, centrodestra. A Roma tra Stefania Raggi, 5 Stelle, e Roberto Giachetti, centrosinistra. A Napoli va verso la riconferma il sindaco Luigi de Magistris, un capopopolo il cui successo la dice lunga sul dramma della città, antica capitale del regno omonimo mai più uscita dal baratro in cui precipitò quando, formatosi lo Stato italiano nel 1861, venne soffocata sia economicamente  che socialmente per fare spazio a Roma.

Come di consueto, queste votazioni sono state spunto dell’eterna e mai risolta querelle riguardo al significato anche nazionale delle votazioni locali. E come di consueto tutti i leader nazionali più in vista, a partire da Matteo Renzi, hanno negato che i risultati di tali votazioni avessero validità politica generale, salvo poi dire più o meno il contrario ove ciò risultava loro conveniente. Al riguardo si può concludere che in un Paese sostanzialmente centralizzato come l’Italia, dove un’autorizzazione e un credito deciso a Roma sono determinanti quasi per ogni cosa, nei comuni il voto non è mai esclusivamente determinato dalla posta in gioco sul piano locale. Ciononostante la circostanza locale incide quanto basta per non consentire che da votazioni comunali come quelle di domenica scorsa si possano automaticamente dedurre specifiche previsioni sul futuro prossimo della situazione politica italiana. Beninteso, considerazioni di ordine generale sono comunque in certo modo possibili, ma solo a patto di guardare oltre le specifiche sorti elettorali di ciascuno dei candidati e delle liste rimaste in ballottaggio. A patto insomma di allargare lo sguardo alla sostanza della situazione, che è caratterizzata dall’egemonia a livello nazionale di un leader di centrosinistra, Matteo Renzi, che ha contro di sé non solo il centrodestra (come è ovvio) ma anche buona parte della sua stessa area, compresi consistenti settori dell’apparato del suo partito, il Pd, “pronipote” dell’antico Partito comunista. Tanto e vero che dove ha raccolto successi  o comunque buoni risultati alle comunali di domenica scorsa ci è riuscito grazie a candidati non a lui graditi. Tuttavia l’assoluta mancanza di alcuna credibile alternativa in sede nazionale fa sì che Renzi resti saldo al governo, si può dire quasi…per incantesimo. E ciò tra l’altro benché quanto promette e quanto dice di fare trovi sempre meno riscontro dei fatti.  L’opposizione alla sua politica emerge solo in sede locale, ma senza raggiungere né l’organicità né la progettualità che occorrono perché possa trasformarsi in una proposta alternativa alla scala nazionale. Il candidato sindaco di centrodestra Stefano Parisi, ormai testa a testa a Milano con Beppe Sala, e Virginia Raggi, giovane avvocato “grillino” trentasettenne arrivata prima con distacco alle votazioni per il sindaco di Roma, tanto per fare i due casi più importanti, sono due grandi “no” a Renzi e al renzismo che però non potranno mai trasformarsi in qualcosa di alternativo alla sua politica in sede nazionale.

Questo è il punto cui si è adesso arrivati, a pochi mesi dal referendum popolare sulla riforma costituzionale voluta da Renzi, che andrà in votazione nel prossimo ottobre e che egli stesso vuole sia un voto di fiducia pro o contro di lui.  Se vincerà il “no”, ha più volte affermato, il suo governo presenterà le dimissioni ed egli stesso si ritirerà dalla vita pubblica. A fronte insomma di una situazione politico-economica che è quella che, la politica italiana continua purtroppo a restare quasi totalmente prigioniera di questa sua  guerra intestina.

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Elezioni comunali del 5 giugno 2016: nuova tappa di una crisi che non accenna a finire

  1. Livio Zuccolini ha detto:

    Grazie Robi Ronza, anche se mi sembra piuttosto generico come commento. Punto chiave, ma ovvio… l’assoluta mancanza di alcuna credibile alternativa in sede nazionale… hai detto niente… Che GRAVE mancanza è quella. Che grave responsabilità storica… non aver mai messo le basi per una nuova generazione politica, elementi di spicco sono stati tarpati, o bruciati, per non oscurare il reggente… e ora siamo a “rischio estinzione” … altro argomento su cui mi piacerebbe avere un tuo commento, la diaspora dei cattolici (e/o dei ciellini) la mancanza di una “sintesi” e di una chiarezza (eccetto Zola su Amicone non ho visto prese di posizione definite).
    Parlo da osservatore “esterno”, ma che ha quell’area come riferimento. Grazie e saluti.

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