Le elezioni comunali 2016 e il futuro che ci si prospetta

Robi Ronza, Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 20 giugno 2016

 Due sono in sintesi gli elementi di maggiore interesse delle votazioni comunali dell’altro ieri in Italia, dove si andava al ballottaggio in 126 comuni, tra cui Milano, Torino, Roma e altre tre città capoluogo di  Regione, nonché le vicine Varese e Novara: in primo luogo l’ulteriore crescita delle astensioni, e in secondo luogo il sempre più forte e diffuso rifiuto delle forze politiche consolidate.  Dal 2001 al secondo turno di queste elezioni comunali 2016 a Milano i votanti sono passati in percentuale dall’82,29 al 51,81; a Torino dall’82,56 al 54,41; a Roma dal 75,5 al 50,19; a Napoli dal 60,32 al 34,38.  Ciò significa che negli ultimi quindici anni Roma ha perso oltre mezzo milione di elettori (-31,5%), Milano 225 mila (-25%) e Torino 166 mila (-26,1%). Praticamente un quarto dell’elettorato.

Per meglio capire lo specifico significato di protesta  che assume in Italia  la scelta di astenersi dalle votazioni occorre considerare che con il ritorno nel 1946 della democrazia dopo la caduta del fascismo la partecipazione alle votazioni cominciò a venire presentata non solo come un diritto ma prima ancora come un dovere.  Tra l’altro si era pensato di farne un obbligo di legge, anche se poi vi si rinunciò. E ad ogni modo l’annotazione “non ha votato” veniva apposta sul “certificato di buona condotta”, un documento ormai in disuso ma che negli anni ’50-’60 del secolo scorso poteva venire richiesto in diverse circostanze.

Sullo sfondo di tale tradizione il non recarsi al voto assume dunque in Italia un suo specifico significato politico: equivale cioè a un gesto di generale sfiducia nelle istituzioni. Si aggiunga che, mentre il capo del governo viene eletto dal Parlamento, i sindaci (come pure i presidenti di Regione) vengono eletti  direttamente dal popolo. Quindi in questo caso l’astensione assume più che mai il senso di un vero e proprio voto di sfiducia verso le istituzioni vigenti, ovvero in pratica verso la democrazia. La sua attuale crescita esponenziale è pertanto un fenomeno molto preoccupante. Dispiace perciò che in Italia ci se ne stia preoccupando troppo poco. I politici ogni tanto vi accennano, ma poi se ne dimenticano in fretta.

L’altro elemento rilevante delle votazioni di domenica scorsa è, come dicevamo, l’ulteriore crescita del rifiuto delle forze politiche tradizionali, di quello che complessivamente si può definire il potere costituito. Il Movimento 5 Stelle, ossia il nuovo arrivato per eccellenza, non solo ha spazzato via il Partito Democratico a Roma, ma lo ha sorprendentemente travolto anche a Torino. Pieno di debiti e con un apparato amministrativo da Terzo mondo, il Comune di Roma è un ente in dissesto che porrà grossi problemi anche al nuovo sindaco, la giovane avvocatessa grillina Virginia Raggi, pure piena di buona volontà e forte di una vittoria schiacciante (67,2 per cento dei voti) sul suo sfortunato antagonista, il democratico Giachetti, su cui pesava  irreparabilmente l’eredità del sindaco uscente, il suo compagno di partito  Ignazio Marino. Niente del genere si può dire invece di Torino e del suo sindaco uscente, il democratico Piero Fassino, che invece la candidata grillina Chiara Appendino ha pure battuto con largo margine. Al riguardo va riconosciuta la grande abilità di cui i dirigenti del Movimento 5 Stelle hanno dato prova nella circostanza facendo sparire dalla scena i loro “matti del villaggio” e tirando fuori dal cilindro due signore-bene dal pugno di ferro in guanto di velluto, ciascuna delle quali sembra fatta su misura per la città ove si è candidata. I medesimi sentimenti hanno invece portato a Varese a una vittoria del Pd: il suo candidato Davide Galimberti, che alle primarie interne del partito aveva battuto un ex-parlamentare vicino a Matteo Renzi, ha avuto la meglio su Paolo Orrigoni, imprenditore (è uno dei proprietari della  catena di supermercati “Tigros”), ponendo così termine a 23 anni di governo leghista della città.

Che, al di là di ogni specifica circostanza, la molla generale della svolta sia il rifiuto delle forze politiche tradizionali trova ulteriore conferma nel caso di Napoli dove il sindaco uscente, Luigi De Magistris, con il 66, 8 per cento dei voti ha battuto lo sfidante Gianni Lettieri presentato da Forza Italia e alleati. De Magistris, ex-magistrato, procuratore della Repubblica “d’assalto” che in più circostanze ha sconvolto la vita di persone con inchieste, arresti e sequestri poi rivelatisi ingiustificati, è un leader locale che si è costruito un suo partito raccogliendo consensi sulla base una mobilitazione contro i partiti nazionali, indicati come responsabili in solido di ogni male di Napoli. Con altra colorazione politica e a distanza di decenni l’uomo rimanda alla figura di Achille Lauro, che nella Napoli degli anni ’50 del secolo scorso si ritagliò un potere simile con simili mezzi.

Fa eccezione al quadro, ma non è certo un’eccezione da poco, la vittoria seppur per un soffio (51,7 dei voti contro il 48,3 di Stefano Parisi, candidato del centro-destra) di Giuseppe Sala a Milano. La città resta così al Pd e al centro-sinistra, e con un sindaco che, diversamente da Giuliano Pisapia, è vicino a Renzi. Per il premier è l’unica seppur grossa consolazione. Per quanto riguarda i contraccolpi nel Pd di una sconfitta che lo stesso Renzi ha definito “netta”, a questo punto non resta che attendere la prossima riunione della direzione nazionale del Partito, fissata per il prossimo venerdì 24 giugno.

 

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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