Brexit, le reazioni in Italia

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 8 luglio 2016

Da un lato una conferma dell’ormai forte scollamento tra il pensiero quasi-unico dei media e le idee della gente comune, e dall’ altro un sintomo preoccupante della fragilità della democrazia italiana: sono questi i principali insegnamenti che si possono trarre dalle reazioni  in Italia al risultato del referendum britannico dello scorso 23 giugno.

E’ innanzitutto interessante osservare che sull’argomento la stessa stampa italiana più influente e diffusa, legata per natura sua alla grande industria e alla grande finanza, aveva assunto un duplice atteggiamento: mentre nelle pagine di attualità politica la prospettiva dell’esodo di Londra dall’Ue era stata descritta come l’inizio di una catastrofe, nelle pagine di attualità economica spesso se ne parlava come di una prova impegnativa ma superabile. In un’economia globalizzata — ben diversa da quella dei tempi in cui la Comunità Europea era nata soprattutto come “Mercato comune” (e non  a caso veniva così comunemente definita) – l’uscita della Gran Bretagna dall’odierna Ue non veniva poi vista come un gran dramma. Al riguardo si faceva spesso l’esempio della Svizzera e della Norvegia che tramite appositi accordi rientrano in larga misura parte nello spazio economico dell’Ue pur non essendone membri. In quanto invece a Londra come grande crocevia finanziario, tutti gli addetti ai lavori bene sanno che, essendo ormai quello della finanza un…mercato comune planetario, il fatto che Londra sia fuori o dentro l’Ue risulta in fin dei conti irrilevante. Non a caso la progettata fusione tra la Borsa di Londra (di cui quella di Milano è oggi una filiale)  e la Deutsche Börse di Francoforte è stata approvata lo scorso 4 luglio a maggioranza schiacciante, 99,9 per cento, dall’assemblea degli azionisti della borsa britannica i quali  evidentemente non danno peso alcuno per quanto li riguarda all’esito del referendum del 23 giugno. Il 12 luglio sarà la volta degli azionisti della  Deutsche Börse, solo il 10 per cento dei quali si è sin qui dichiarato contrario.

Con l’occasione della Brexit è giunto alla ribalta il caso delle grandi banche italiane in cattive acque, ma tutti sanno che con i loro guai la Brexit c’entra poco o niente. Sull’interscambio tra Italia e Gran Bretagna non è finora cambiato nulla, e nulla cambierà almeno fino al 2018; e poi comunque si passerebbe ad accordi di ampio partenariato. In fin dei conti la vera posta in gioco del referendum britannico era la credibilità dell’élite tecnocratica, non legittimata democraticamente, che da alcuni decenni domina la scena delle istituzioni europee. Dal momento che in Italia influenti circoli politici ed economici si riconoscono toto corde in tale élite, la Brexit è stata vista da molti influenti giornali e telegiornali come una specie di atto di “lesa maestà” nei confronti suoi e del suo progetto politico, che è sostanzialmente neo-autoritario. E’ quanto tra l’altro quanto lo scorso 26 giugno hanno scritto due autorevoli commentatori…non-allineati: Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera e Luca Ricolfi su  Il Sole/24 ore.

Polemizzando con quanto Bernard-Henri Lévy aveva scritto sullo stesso Corriere alcuni giorni prima, Galli della Loggia si domandava “come sia possibile, con tutto quello che sta succedendo, non rendersi conto che proprio pensando, dicendo e scrivendo da anni, a proposito di parti sempre crescenti delle opinioni pubbliche del continente cose come quelle scritte da Lévy, non rendersi conto, dicevo, che proprio in questo modo le élite intellettuali (e politiche) europee sono riuscite a scavare tra sé e le opinioni pubbliche di cui sopra un solco profondo di avversione e di disprezzo (…). Prendiamo una delle accuse più ripetute, quella di «sovranismo». Che cosa vuole dire? (…) dentro il termine sovranismo non è forse contenuto il concetto di sovranità (…)? Dunque è al «popolo» o no, è agli elettori o no che spetta l’ultima parola sulle cose importanti che li riguardano? e ai primissimi posti tra questi non c’è forse la costruzione europea? E se questa con i trattati di Maastricht, di Lisbona e con la moneta unica, ha previsto la cessione proprio di parti rilevantissime della sovranità, è davvero così assurdo pensare che il popolo avrebbe dovuto, o debba, dire la sua?”.

“Il popolo è  sovrano se vota «come deve»”: era questo l’ironico titolo in prima pagina su Il Sole/24 ore di un commento di Luca Ricolfi, un sociologo di sinistra  ma non di rado sanamente critico anche nei confronti dell’area politico-culturale in cui si riconosce. Egli osservava come negli ambienti della sinistra di Torino, la città dove è nato e dove vive, l’esito del referendum popolare in Gran Bretagna avesse dato spunto a una diffusa “animosità contro il suffragio universale”. Gli stessi che parlano con sufficienza, talvolta con disprezzo”, osservava il sociologo, “del popolo che vota Cinque Stelle o sceglie Brexit, sono prontissimi a lodarne la saggezza, la maturità democratica, la lungimiranza quando il popolo vota nel modo giusto. Gli stessi che invocano ad ogni occasione la necessità di passare dalla fredda Europa dei tecnocrati, autoritaria e burocratica, alla calda Europa dei popoli, luminosa e democratica, immancabilmente si spaventano non appena, con un referendum, ai popoli viene concesso di dire la loro su qualcosa di importante”.  C’è insomma qualcosa che non torna sul piano della logica. “E questo qualcosa, ho l’impressione”, conclude Ricolfi, “ha a che fare proprio con il concetto di popolo”. E anche, aggiungeremmo noi, con l’idea stessa di democrazia. Tutto ciò beninteso riguarda non solo gli ambienti della sinistra, di cui Ricolfi parla, ma anche buona parte dell’establishment italiano in generale. Sul piano della trasformazione della democrazia in mentalità comune diffusa e radicata c’è insomma in Italia ancora molta strada da fare. In tale orizzonte l’esodo della Gran Bretagna dall’Unione a seguito di un voto del popolo  può essere un shock positivo.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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