Referendum costituzionale: che cosa è davvero in gioco

Taccuino Italiano,Giornale del Popolo, Lugano, 11 agosto 2016

Il referendum popolare sulla riforma della Costituzione presentata dall’ attuale governo di Roma sarà certamente al centro della vita pubblica italiana dalla conclusione del periodo feriale (che in Italia termina non con Ferragosto bensì con la fine del corrente mese) fino almeno al prossimo dicembre. La data del referendum non è ancora stabilita, ma potrebbe essere l’ultima domenica del prossimo novembre.

Qualche informazione preliminare sarà utile per meglio capire la situazione. In primo luogo è importante considerare che, diversamente da quella svizzera, la Costituzione italiana è “rigida”.  La sua modifica infatti è un’operazione lunga e complessa. A norma del suo stesso art. 138 ogni modifica deve venire approvata per due volte nel medesimo testo, ad almeno tre mesi di distanza l’una dall’altra, da entrambi i rami del Parlamento, ossia dal Senato e dalla  Camera dei Deputati. Se nell’ultima votazione la modifica proposta è passata  in entrambi i rami del Parlamento con la maggioranza di almeno due terzi al procedura è conclusa. Altrimenti entro tre mesi possono richiedere al riguardo un referendum popolare o 500 mila elettori, o cinque Consigli regionali o un quinto dei membri di ciascuna Camera.

Nel caso della riforma oggi sul tappeto, presentata al Parlamento dallo stesso premier Renzi e dal suo ministro Maria Elena Boschi, lo stesso governo ha sollecitato il referendum. Tale riforma infatti era stata almeno originariamente intesa da Renzi come l’atto fondamentale del suo governo. Egli stesso l’aveva preannunciata come tale già nel discorso con cui aveva chiesto a Roma la fiducia del Parlamento il 25 febbraio 2014. Nell’aprile del corrente anno  la riforma è stata infine approvata ma con maggioranze inferiori ai due terzi, il che apriva appunto all’eventualità del referendum.

Come è noto l’Italia attraversa un periodo di forte disillusione nei confronti della politica in genere.  In un libro appena pubblicato ( Demoscoppiati?, Jaca Book, Milano, giugno 2016) il noto sondaggista italiano Renato Mannheimer segnala che attualmente solo il 16 per cento degli italiani ha un giudizio positivo  verso la politica, l’11 per cento è indifferente mentre ben il 72 per cento ha su di essa un giudizio negativo. Cavalcando a proprio vantaggio tali sentimenti Matteo Renzi aveva presentato la propria riforma  come un modo per aumentare l’efficienza della pubblica amministrazione innanzitutto riducendo il numero dei politici e quindi il loro costo per il bilancio dello Stato. Soprattutto nei primi mesi del dibattito Renzi ha perciò molto sottolineato che dalla sua riforma: le Province uscivano abolite (in effetti trasformate in organismi di incerti compiti e incerto destino amministrati da presidenti non eletti dal popolo ma da assemblee di sindaci, e non rimunerati); il bicameralismo perfetto veniva meno; il Senato scendeva da 320 membri a 100 essendo costituto da sindaci e da consiglieri regionali delegati dai rispettivi Consigli (i parlamenti regionali) e non stipendiati in quanto tali.

In realtà la sostanza della riforma Renzi/Boschi è un’altra: si tratta di un radicale riaccentramento del potere politico fino a riportare, sia pure ovviamente in modo aggiornato, l’Italia al centralismo dello Stato liberale pre-fascista. In quanto enti con un governo democraticamente eletto le Province vengono abolite ma con tutti i loro poteri restano le Prefetture, organi periferici dell’amministrazione statale. Perciò il Prefetto torna ad essere il dominus dei Comuni. Le Regioni perdono tutti i loro poteri sostanziali e vengono ridotte a organi esecutivi dello Stato. Viene addirittura introdotta una “clausola di supremazia” in forza della quale Roma può  sottrarre in ogni momento ulteriori competenze alle Regioni “a tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica o dell’interesse nazionale”.

Il “bicameralismo perfetto”, ossia le uguali competenze delle due Camere, è molto impopolare in Italia perché rallenta la produzione delle nuove leggi, ognuna della quale entra in vigore solo se approvata nel medesimo testo da entrambe. In effetti però la riforma Renzi/Boschi non vi pone vero rimedio poiché tale doppio passaggio resta in vigore in molti casi.

A  tutto questo si aggiunge poi la preoccupazione per il cosiddetto “Italicum” ossia la vigente legge elettorale in forza della quale chi raccoglie la maggioranza relativa dei voti del popolo ottiene alla Camera la maggioranza assoluta dei seggi con ampio margine. La lista che al primo turno raggiungesse il 40 per cento dei voti popolari si vedrebbe assegnare alla Camera 340 seggi (ossia il 54%). Se al primo turno nessuno raggiungesse il 40 per centro si andrebbe al ballottaggio tra le due liste più votate e il vincitore otterrebbe ancora 340 seggi. Potrebbe così giungere alla maggioranza assoluta alla Camera anche un partito minoritario nell’elettorato. Il combinarsi con l’”Italicum” dell’accentramento del potere delineato nella riforma preoccupa molti. Per tutti questi motivi il fronte del “sì” e del “no” riguardo a tale referendum si è molto frastagliato a svantaggio del governo. Molti settori della sua maggioranza oggi infatti propendono per il “no”.

A questo punto Renzi ha cominciato a dire, ma forse troppo tardi, che il referendum è sulla riforma costituzionale, non su di lui. In effetti al momento non c’è alternativa a lui come premier, essendo l’area di centro-sinistra divisa e quella di centro-destra allo sbando. Anche tra quelli che intendono votare “no” al referendum molti si augurano pertanto che resti premier anche nel caso in cui la sua riforma costituzionale dovesse venire respinta.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Referendum costituzionale: che cosa è davvero in gioco

  1. ultim'ora ha detto:

    grandi ragazzi, bellissimo sito e molto utile…

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