Odissea dei migranti: nuovo vertice, stessa musica

 L’ennesima delusione al vertice di New York. Da Obama solo vaghi auspici sui rifugiati, La Nuova Bussola Quotidiana, 22 settembre 2016

Più che un discorso con un preciso e concreto contenuto, un comizio pensato per suscitare buoni sentimenti e quindi raccogliere facili applausi: è questa l’impressione che si ricava leggendo o riascoltando l’intervento del presidente Obama al vertice di ieri a New York sulla questione dei rifugiati (tuttora reperibile sul sito internet della Casa Bianca). Come dicevamo si temeva che il vertice di ieri, cui partecipavano circa cinquanta Paesi, convocato dagli Usa a latere  dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, fosse per molti aspetti un inutile doppione della sessione che tale Assemblea aveva dedicato il giorno precedente più o meno alla medesima questione.  Ed è stato proprio così. Per di più — essendo ormai il caso dei rifugiati e quello degli emigranti “non programmati” strettamente connessi l’uno con l’altro —  la scelta di occuparsi solo dei rifugiati ha reso ieri il confronto ulteriormente astratto e formale.

“In primo luogo e innanzitutto dobbiamo riconoscere”, ha detto Obama, “che i rifugiati sono un sintomo di fallimenti più ampi, che si tratti di guerre, di tensioni etniche e di persecuzioni. Se davvero vogliamo affrontare le crisi, occorre far cessare guerre come il selvaggio conflitto in corso in Siria; e le si devono far cessare tramite accordi politici e con la diplomazia, e non semplicemente bombardando”.  Nobili parole, che tuttavia suonano un po’ strane sulla bocca di chi ha attizzato la guerra civile senza prospettive contro il regime di Assad che è all’origine di tale catastrofe; e di chi è a capo di un Paese che in quanto a bombardamenti non è secondo a nessuno.

Con parole altrettanto nobili, ma pure altrettanto in contrasto con la realtà della sua azione di governo, il presidente Obama ha aggiunto che ci si deve impegnare in “maggiori investimenti nella sviluppo, nell’educazione e nelle istituzioni democratiche, la mancanza delle quali alimenta molta dell’instabilità che vediamo nel mondo”. Ebbene, se c’è qualcuno che al riguardo può fare molto, e  non solo esprimere auspici, costui è il presidente degli Usa. Perciò lascia un po’ perplessi, diremo esprimendoci nel modo più educato possibile, che Obama parli di queste cose come se fosse uno di noi, e non la più alta autorità della maggiore potenza economica e militare del mondo.

Ciò detto, il presidente americano non ha tirato alcuna conseguenza da tali affermazioni passando invece a magnificare gli impegni presi dal suo governo a favore dei profughi riconosciuti come rifugiati. Abbiamo così appreso che gli Stati Uniti, un paese di quasi 320 milioni di abitanti su oltre 9 milioni di chilometri quadri di superficie, arrivano ad accogliere nientemeno che 85 mila rifugiati all’anno.

E’ vero tuttavia che ovviamente gli Stati Uniti sono il maggior donatore di aiuti umanitari del mondo. I modi e gli effetti dell’impiego di questi aiuti meriterebbero poi analisi e rendiconti ben più dettagliati di quelli che circolano. Ciò sarebbe di grande aiuto per evitare che, come oggi troppo spesso accade, essi abbiano costi di gestione sproporzionati ed effetti distorti. Ai diversi miliardi di dollari che Obama ha annunciato (o riannunciato) che si stanno spendendo nel mondo per assistere e per reinsediare i rifugiati nei Paesi ove hanno trovato accoglienza, non ha corrisposto invece, al di là delle buone parole di cui si diceva,  alcun proporzionato impegno a ridurre gli enormi divari in quanto a sviluppo, e quindi a sicurezza della vita e certezza dei propri diritti, che in ultima analisi sono la causa di questi esodi. Diciamo ancora una volta che gli esodi di profughi sono una conseguenza delle guerre e delle situazioni di grave instabilità, ma queste a loro volta vengono ptovocate dai giganteschi squilibri socio-economici che caratterizzano il nostro tempo. Mentre si spendono ogni anno diversi miliardi di dollari per i rifugiati, non si registra alcun proporzionato impegno per la stabilizzazione e per lo sviluppo dei Paesi da cui provengono. A quando non diciamo due ma almeno un vertice su questo fondamentale problema?

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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