Renzi e l’Europa: vengo anch’io? No, tu no

Renzi e l’Ue: una politica fallimentare, La Nuova Bussola Quotidiana, 30 settembre 2016

L’altro ieri il governatore della Bce, Mario Draghi, chiamato a rapporto, è andato disciplinatamente a Berlino a spiegare la sua politica alle commissioni competenti per materia del Bundestag . E per di più in una riunione che ha avuto luogo a porte chiuse  A quanto pare si è trattato di ciò che nel linguaggio diplomatico si chiama un “franco scambio di opinioni”, ossia è successo di tutto. Non ci interessa però in questa sede commentare (per quel che se ne sa) la sostanza di ciò che Draghi ha discusso con il Bundestag.  In ultima analisi la questione di fondo è infatti un’altra, ossia quale Europa vogliamo, di quale Europa abbiamo bisogno.

All’ombra della pretesa di far continuare fino ad oggi l’Europa di Maastricht, pensata al tempo della guerra fredda e quando le Germanie erano due, l’Unione Europea si sta sempre più identificando con Berlino. Dopo questo episodio ci sarebbe da domandarsi, e da domandare al suo presidente, Martin Schulz, peraltro tedesco pure lui, a che cosa serva, se serve a qualcosa, il Parlamento europeo. In quanto governatore della Banca Centrale Europea Draghi dovrebbe eventualmente riferire al Parlamento Europeo e basta.

Per discutere delle prospettive dell’economia dell’Unione ieri Merkel e Hollande si sono poi incontrati con il presidente della Commissione Europea, Jean-Claude Juncker, lasciando a casa il povero Matteo Renzi.  Qualche giorno fa, intervistato dal Washington Post, alla domanda se con lui l’Italia sarebbe entrata a far parte, al posto della Gran Bretagna, della triade egemone dell’Ue, con inatteso candore il nostro premier ha detto che al riguardo tutto dipendeva dall’atteggiamento della Germania. Con i fatti di questi giorni la Germania ha evidentemente dato una risposta inequivocabile. Ed è già pronta anche la ciliegina sulla torta: Merkel, Hollande e Juncker si vedranno tra poco con il vertice delle Confindustrie di tutti i Paesi membri, cui presiede l’italiana Emma Marcegaglia. Aspettiamoci dunque una classica “foto di famiglia”  in cui l’Italia sarà idealmente rappresentata non da Matteo ma da Emma.

Al riparo insomma delle cortine fumogene stese senza risparmio dai giornali e dai telegiornali amici, in sede europea Matteo Renzi sta prendendo una bastonata dopo l’altra. Come però avrebbe detto il poeta, “in grazia dell’impiego” non se le prende soltanto lui. Le prende anche l’Italia in quanto tale. Siamo noi i primi, e quasi gli unici, a pagare le spesa della politica internazionale dell’Unione Europea a guida tedesca. Mentre non tocca lo scambio di materie prime energetiche, che stanno a cuore di Berlino. L’embargo contro la Russia colpisce il settore agro-alimentare, le forniture per la casa (dall’arredo all’impiantistica) e altri prodotti di qualità che esportavamo soprattutto noi.  E in Africa, dove  avremmo grandi prospettive, la Germania sostiene la Francia nel suo tentativo di sostituirsi all’Italia sia in Libia, dove perciò la  crisi non accenna a risolversi, che in Egitto sbarrando la strada alla crescita delle nostre esportazioni di manufatti, di macchinari e di “know how” manifatturiero.

Al di là della sua maggiore proiezione internazionale, da un punto di vista socio-economico la Francia è in larga misura paragonabile molto più all’Italia che alla Germania.  Conviene però a Berlino fare coppia fissa con Parigi, fingendo che sia alla pari, per cercare di dare il meno possibile l’impressione di essere sola al comando; come invece è, e soprattutto come vuole sempre più essere. In cambio della disponibilità della Francia a fare da foglia di fico alla crescente egemonia tedesca,  Berlino le dà in Africa e nel Mediterraneo tutto lo spazio e tutto il sostegno possibili. La base diplomatica e anche ormai strutturale del sodalizio è il trattato dell’Eliseo con cui nel 1963 De Gaulle e Adenauer  avevano posto fine al secolare scontro tra Francia e Germania. All’interno dello spazio delineato da quello storico patto, da allora ad oggi i rapporti di forza sono però radicalmente cambiati. Al momento della firma la Germania era solo la Germania Occidentale, per di più carica del peso recente del nazismo e della guerra mondiale provocata e poi perduta. Allora  perciò il fratello maggiore era comunque la Francia. Oggi invece la situazione si è capovolta. Sempre pronta tuttavia a sacrificare ogni cosa alla grandeur,  Parigi sta al gioco.  In questo quadro per l’Italia non c’era e non c’è spazio, e Renzi avrebbe fatto bene a capirlo subito, ma adesso non può non averlo capito. Si può sperare che cominci a trarne qualche conseguenza? Il nostro Paese avrebbe tutto l’interesse a riaprire la questione dei trattati istitutivi dell’Ue per farne una realtà democratica, come fino ad oggi non è affatto, in cui l’obiettivo primato demografico ed economico della Germania non si risolva in un predominio incondizionato a spese in particolare dei legittimi interessi degli Stati membri mediterranei e danubiani.

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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