Renzi, il ponte sullo Stretto e la saga delle infrastrutture

 Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 12 ottobre 2016

L’alto costo e gli enormi ritardi accumulati nel campo della costruzione di nuove infrastrutture si confermano sempre di più come uno dei maggiori problemi della vita pubblica italiana. Non solo gli stanziamenti sono complessivamente inferiori alla necessità, ma quando ci sono molto spesso non si riesce a spenderli. Entrato in carica circa due anni e mezzo fa, il governo Renzi si trovò tra l’altro con circa 50 milioni di euro stanziati cui però non corrispondeva ancora l’apertura di alcun cantiere: un grave disservizio non solo in sé ma anche perché in un momento di crisi economica gli investimenti pubblici in infrastrutture sono uno dei più efficaci tra gli strumenti di cui lo Stato dispone per stimolare la ripresa. Il nuovo premier promise subito di porre rimedio in tempi brevi a tale situazione, e qualcosa si è messo in moto, ma il grosso delle opere resta ancora al palo.

A Renzi si deve riconoscere la proclamata volontà di fare, ben diversa dall’aristocratica cautela dei suoi due immediati predecessori Letta e Monti. I fatti stanno però dimostrando che sembra  non accorgersi della sostanza del problema: ossia che senza radicali innovazioni del quadro giuridico e senza radicali riforme dell’amministrazione centrale dello Stato la volontà di fare non basta. Lo  scorso 27 settembre a Milano se ne è avuta una conferma durante la celebrazione del centenario del gruppo Salini-Lodigiani quando, ospite d’onore dell’evento, ha rilanciato d’improvviso l’’idea del ponte sullo stretto di Messina, un’opera della quale si parla ormai da un secolo ma che sin qui è stata sempre accantonata (l’ultima volta dal governo Monti). “Se siete in condizione di sbloccare le carte e di sistemare quello che è fermo da dieci anni noi ci siamo”, ha detto Renzi nella circostanza rivolgendosi a Pietro Salini, numero uno del gruppo omonimo. Quasi fosse insomma colpa dei costruttori se il ponte non si è ancora fatto: un discorso surreale se si tiene conto di che cosa sono la politica e la burocrazia in Italia.

 

Al che Salini  non ha potuto che  rispondere, “Anche noi ci siamo” aggiungendo che secondo lui la costruzione del ponte potrebbe essere finanziata anche “con i soldi degli altri”, ovvero attingendo al mercato finanziario internazionale. A nostro modesto avviso questo ponte è una chimera. La Sicilia e la Calabria non hanno un peso economico tale da giustificarne la spesa, e nemmeno strutture viarie adeguate a reggere i flussi di traffico che ne deriverebbero. Avrebbe forse senso il farlo se da una parte dello stretto ci fosse San Francisco e dall’altra ci fosse Shangai; non Messina e Reggio Calabria. A parte questo pretendere che competa agli eventuali appaltatori di “sbloccare le carte” significa dare l’impressione di non sapere di che cosa si parla.

Molto prima che del ponte sullo Stretto la Sicilia, la Calabria e tutto il Sud hanno bisogno di grandi lavori di difesa del suolo e di adeguamento anti-sismico degli edifici di quella larga parte del loro territorio che è soggetto a terremoti. Per questo però, non solo per il Sud ma per tutta l’Italia, anche l’attuale governo sta stanziando briciole: nel prossimo bilancio 800 milioni di euro, ovvero circa un venticinquesimo del necessario. In quanto poi all’altra vera urgenza, quella di nuovi grandi assi viari integrati (composti cioè tanto di ferrovie ad alta capacità e velocità quanto di strade e  di proporzionate “autostrade telematiche”) non esiste alcun piano organico; e d’altra parte l’amministrazione dello Stato nemmeno dispone di uffici e di strutture all’altezza di tale compito. Il governo Berlusconi aveva varato una cosiddetta “legge-obiettivo” che avrebbe dovuto garantire tempi di approvazione rapidi e controlli efficienti ma, secondo l’attuale ministro delle Infrastrutture, Graziano Delrio, nei quattordici anni da quanto entrò in vigore la legge-obiettivo “ ci ha portato (…) a stanziare 285 miliardi di euro per vederne impiegati soltanto 23, appena l’8%”.  Il governo punta adesso ad avviare l’impiego di circa 90 dei 262 miliardi di euro ancora nel cassetto, ma senza aver proceduto ad alcuna seria e radicale innovazione di quel quadro amministrativo e giuridico che sin qui ha fatto naufragare tutti gli analoghi tentativi precedenti. C’è dunque ben poco da sperare.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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