Fino a quando l’Europa potrà permettersi di continuare a essere un gigante inerte, senza cuore e senza cervello?

Europa dove sei? La non-politica estera dell’Ue, La Nuova Bussola Quotidiana, 13 ottobre 2016

Quale che sia l’esito delle ormai imminenti elezioni presidenziali americane siamo già certi che l’incipiente declino della super-potenza americana si riflette sulla qualità siadei candidati alla presidenza sia delle questioni in gioco nella campagna elettorale.  La facilità con cui oggi si può accedere alla registrazione integrale dei dibattiti tra Hillary Clinton e Donald Trump, sia in originale che in traduzione simultanea, ha messo un vasto pubblico in contatto con un “teatrino” della politica americana che ahimè non ha nulla da invidiare al nostro. D’altra parte l’instabilità che gli ultimi presidenti Usa hanno disseminato nel mondo ci deve indurre a concludere che non erano da meno i predecessori di chi uscirà vincitore dal voto del 4 novembre prossimo, ognuno dei quali,  dall’Afghanistan all’Iraq e dall’Iraq alla Siria, ha fatto detonare una crisi poi non più risolta.

Al di là delle qualità del presidente americano prossimo venturo, resta comunque il fatto che gli Stati Uniti stanno riducendo sia il loro impegno sullo scacchiere europeo che la loro presenza nel Vicino e nel Medio Oriente. Per evitare che l’instabilità che inevitabilmente ne deriva precipiti in crisi anche catastrofiche occorre che l’Unione Europea, gigante economico e demografico ma sin qui nano politico, assuma in sede internazionale responsabilità proporzionate al suo peso impegnandosi  a promuovere la stabilizzazione e lo sviluppo condiviso della parte del mondo in cui viviamo. Ciò implica inevitabilmente lo sviluppo di un rapporto positivo sia con la Russia che con i paesi del Levante. Per rapporto positivo intendiamo beninteso una politica estera che, senza essere  incerta e arrendevole, abbia tuttavia come fine non l’esasperazione e lo scontro ma l’equa composizione degli interessi e quindi dei contrasti.

Questo è ciò che purtroppo un’Unione Europea ridotta a corona della Germania non riesce a fare.  Al di là di ogni pur non trascurabile attrito immediato, per l’Europa renana la Russia è un fondamentale interlocutore, e lo stesso si può dire del mondo arabo, del Levante per l’Europa mediterranea.   La disastrosa politica di Obama in Siria ha tra l’altro aperto il varco al ritorno in forze della Russia sulla scena del Vicino Oriente, da cui con la fine dell’Unione Sovietica era scomparsa. Ai colpi che subisce in Centro Europa Putin può così reagire dando a sua volta colpi nel Levante. Perciò non si può non vedere con grande preoccupazione la politica di attrito con la Germania di Angela Merkel sta facendo con la Russia di Putin.  Pur ufficialmente negandolo sta in effetti facendo filtrare l’idea di nuove sanzioni contro Mosca cui Putin ha risposto rafforzando la sua presenza militare sia in Siria che ai confini nordorientali dell’Unione Europea. Nell’enclave russa di Kaliningrad (l’antica città tedesca baltica di Königsberg, patria del filosofo Immanuel Kant), racchiusa tra Polonia e Lituania, ha addirittura schierato batterie di missili Iskander-M che da lì con la loro gittata di 700 chilometri potrebbero in teoria raggiungere Berlino.

Frattanto la Russia di Putin stringe pure rapporti sempre più consistenti con la Turchia di Erdogan. Nell’arco di pochi  mesi, dallo scorso 6 agosto a pochi giorni fa, si è passati dalle scuse di Erdogan per l’abbattimento di un bombardiere russo nei cieli ai confini tra Turchia e Siria alla firma di un accordo per la costruzione e l’apertura entro il dicembre 2019 del Turkish Stream, un gasdotto attraverso il Mar Nero che porterà gas russo direttamente in Turchia. Nella stessa circostanza Putin ha annunciato la fine dell’embargo contro le importazioni di prodotti agroalimentari turchi in Russia e la ripresa della costruzione in Turchia di una centrale nucleare su progetto e con assistenza russa. I due leader sono arrivati a qualche accordo persino per quanto concerne la guerra civile in Siria, che vede Russia e Turchia schierate su fronti opposti, l’una dalla parte del governo di Assad e l’altra dalla parte dei ribelli. Pur senza annunciare rovesciamenti di alleanze i due leader hanno stabilito che verranno “intensificati i contatti”  tra i loro rispettivi alti comandi militari; evidentemente allo scopo, per così dire, di non pestarsi i piedi.  Frattanto alla dislocazione dei missili Iskander a Kalingrad ha fatto riscontro  un rafforzamento del dispositivo militare russo nel Mediterraneo: è stato infatti annunciato che la base navale russa di Tartus in Siria da temporanea che era diventerà permanente.

Pur avendo alle spalle un Paese boccheggiante che vive in pratica della sola esportazione di gas e altre materie prime, Putin insomma riesce, giocando al meglio le carte che ha, a fare la voce grossa dal Baltico al Mediterraneo Orientale.  Esattamente il contrario dell’Unione Europea che sulla carta potrebbe fare ben di più, ma nella realtà è un gigante senza né cuore né cervello che  non riesce a fare nulla o quasi. Fino a quando si potrà andare avanti così?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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