Sessant’ anni dalla rivoluzione d’Ungheria del 1956: un anniversario che non si sarebbe dovuto trascurare

 Ungheria 1956, l’inizio della fine del comunismo, La Nuova Bussola quotidiana, 23 ottobre 2016

Credo che in tutti coloro che come me ne hanno diretta memoria, il ricordo della rivoluzione ungherese del 1956 — scoppiata il 23 ottobre di sessant’anni fa e conclusasi poi tra il 9 e l’11 del successivo novembre — resti drammaticamente indelebile. La seconda guerra mondiale era finita solo da poco più di dieci anni, ma sembrava ormai lontanissima. Non soltanto per chi l’aveva vissuta, ma anche per chi come me per motivi di età non ne aveva diretta esperienza, era parsa fino a quel momento qualcosa di ormai remoto, e anche di ormai irripetibile. Invece, anche a seguito di progressi nella telecomunicazione in quegli anni da poco sopravvenuti, ci ritrovammo la guerra per così dire sotto casa.

Nel 1956 la tv era ancora una novità in fase sperimentale, ma da poco si potevano già trasmettere a distanza le immagini fotografiche. Grazie dunque alle “radiofoto” le immagini dei sanguinosi scontri a Budapest tra gli insorti e i carri armati governativi e sovietici  erano ogni giorno sulle prime pagine dei nostri giornali. La radio era già inoltre tecnicamente in grado di trasmettere testimonianze dirette raccolte via telefono. Essendo allora i telefoni soltanto fissi, ed essendo in quei giorni ovviamente irregolari i collegamenti telefonici con l’Ungheria, ciò non era normalmente possibile. Le pur poche volte che ciò accadeva l’impatto sul pubblico degli ascoltatori era però grandissimo. Inoltre, dal momento che ai confini tra Ungheria e Austria la “cortina di ferro” era venuta meno, da Budapest si potevano spedire a mezzo di auto a Vienna (circa 150 chilometri di strada, già allora abbastanza ben tenuta, separano le due capitali) non solo foto ma anche filmati. Al confronto ben poco si era visto e ascoltato riguardo alle rivolte popolari, scoppiate in Polonia nel giugno di quel medesimo anno, in città risultate irraggiungibili per gli inviati della stampa e delle radio occidentali. Rivolte cui peraltro si ispirarono in Ungheria i promotori delle manifestazioni che qualche mese più tardi sfociarono appunto nell’insurrezione di Budapest.

Di giorno in giorno si seguivano sui giornali e tramite il giornale radio gli sviluppi dei drammatici avvenimenti di Budapest, dove si trovano famosi inviati, da Indro Montanelli a Egisto Corradi. Grazie alle foto di Mario De Biasi, pubblicate dal settimanale “Epoca”, il più autorevole settimanale illustrato del tempo, un grande pubblico scopriva o riscopriva il dramma della guerra in Europa.  Il disperato coraggio degli ungheresi insorti, la repressione senza scrupoli della rivolta da parte delle truppe sovietiche e l’arresto a tradimento del primo ministro ungherese Imre Nogy e del ministro della Difesa Pal Maleter  (nella sede del comando sovietico dove si erano recati per negoziare un accordo) compromisero in modo definitivo la buona fama che il comunismo reale e il potere sovietico erano comunque riusciti a costruirsi nell’Europa occidentale in ampi settori dell’opinione pubblica di sinistra. A conferma però del fatto che la storia procede lentamente, e non al ritmo sincopato che i telegiornali vogliono farci credere, per giungere alla caduta del muro di Berlino e alla fine dell’Unione Sovietica dovranno ciononostante passare altri circa trentacinque anni.

Nel Partito Comunista Italiano, allora seconda forza politica del Paese dopo la Democrazia Cristiana, i cosiddetti “fatti d’Ungheria” ebbero ovviamente largo contraccolpo. Molti iscritti illustri e meno illustri lo lasciarono. A conferma tuttavia del fatto che, come si diceva, la storia va piano, senza cambiare né nome né bandiera il Partito sopravvisse alla tempesta, conservando il grosso sia del suo apparato che del suo elettorato, fino al 1991. Nell’orizzonte di questa vicenda si collocano poi tante sorprendenti storie personali tra cui quella spesso citata di Giorgio Napolitano, all’epoca dei fatti difensore acerrimo della repressione sovietica dell’insurrezione, in seguito sempre più  dispiaciuto di pari passo con la svolta che portò il Pci a cambiare nome e pelle, e infine da presidente della Repubblica italiana pellegrino a Budapest nel 2006 al monumento ai caduti dell’insurrezione nel suo 50° anniversario.

Alla celebrazione del 60° anniversario in programma oggi a Budapest si prospettano ampie diserzioni dei leader europei in segno di distanza dalla politica dell’attuale governo ungherese. Per urgenze che, comunque le si vogliano giustificare, restano in ogni caso di corto respiro,  si nega così il dovuto riconoscimento ai caduti di un’insurrezione popolare che fu davvero un gesto eroico di libertà ad ogni costo. Si trattò infatti di una rivolta spontanea, difficile da classificare e da “gestire” politicamente proprio perché in sostanza non aveva tanto motivazioni politiche quanto motivazioni umane. Di fronte all’attuale mesta situazione dell’Europa, dai fatti d’Ungheria del 1956 ci viene perciò un insegnamento che merita di venire  non solo conosciuto ma anche meditato attentamente.

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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Una risposta a Sessant’ anni dalla rivoluzione d’Ungheria del 1956: un anniversario che non si sarebbe dovuto trascurare

  1. Cesare Chiericati ha detto:

    Ci si affacciava all’adolescenza in quell’ottobre del ’56. E’ vero la seconda guerra mondiale sembrava lontanissima anche per un comprensibile moto di rimozione collettiva, l’Ungheria era un paese uscito dai nostri orizzonti culturali con la chiusura della cortina di ferro e con la divisione dell’Europa in due precise zone d’influenza. Chi era appassionato di calcio conosceva il paese danubiano grazie alla fama della nazionale che dominava a livello mondiale nonostante fosse stata inopinatamente sconfitta dalla Germania nei “mondiali” di Svizzera di due anni prima. In quelle sanguinose giornate molti campioni ungheresi fuggirono in occidente trovando remunerata ospitalità nei grandi club spagnoli. Chi come me ebbe, alle medie, la fortuna di avere un insegnante di lettere attento a ciò che accadeva intorno a noi, scoprì in quelle drammatiche giornate l’Europa dell’est completamente rimossa dagli orizzonti culturali delle nostre scuole di allora. Quel professore, Scampini si chiamava, cancellò senza indugio alcune ore di italiano e latino per raccontare un po’ di storia ungherese attraverso la vita di un grande poeta e patriota impegnato nei moti libertari del ‘1848, Sandor Petofi. Fu una scelta educativa assolutamente indimenticabile.

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