Crisi demografica: l’emergenza planetaria di cui nessuno parla

 Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 27 ottobre 2016

Ha di recente fatto notizia in Italia il dato diffuso dall’Istituto Centrale di Statistica, Istat, secondo cui le nascite continuano a diminuire. Nel primo semestre del corrente anno i nuovi nati nella Penisola si sono ridotti del 6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente:  se ne sono infatti contati 221.500 rispetto ai 236.100 del primo semestre nel 2015.

Per giustificare questo stato di cose si accampano di solito motivi di ordine economico e sociale. La conferma inoppugnabile che si tratta invece di un fenomeno che ha radici non socio-economiche bensì culturali viene da un fatto molto concreto: nell’Italia degli anni 1943 e 1944 — che aveva  circa 42 milioni e mezzo di abitanti, era sconvolta dalla guerra e con  un gran numero di uomini al fronte lontani da casa – nacquero più bambini e bambine di quanto  ne  vengono al mondo adesso in un’Italia in pace e con quasi 61 milioni di abitanti.

La vicenda si situa peraltro a un livello che va ben oltre quello nazionale. E’ utile in proposito riferirsi all’indice di fecondità, ossia al numero di figli per donna in  età fertile. Se tale numero è inferiore a 2 ciò significa che a lungo termine la nuova generazione non sarà in grado di sostituire in toto la generazione dei genitori. Ebbene, salvo che in Francia, ove il tasso di fecondità è pari a 2, nell’intera Europa, Svizzera compresa, è invece inferiore (anche se il dato svizzero è migliore di quello italiano). In Italia il numero medio di figli per donna, 1,34 nel 2005, è cresciuto fino a 1,46 nel 2010, ma poi dal 2011 in avanti ha iniziato a diminuire fino al livello di 1,35 fatto registrare nel 2915, e ai dati ulteriormente preoccupanti di cui dicevamo. Si tenga poi conto che, mano a mano che le classi anagrafiche si assottigliano, un aumento della fertilità deve essere molto ingente per compensare il minor numero delle madri in valore assoluto.

Per decenni ci si era comunque cullati nell’illusione che i vuoti nelle culle dei Paesi più ricchi  sarebbero stati sempre compensati dalla maggiore fecondità dei Paesi più poveri. In effetti non è più così. Sarebbe ora di accorgersi che la crisi demografica si è estesa alla maggior parte del resto del mondo. Si tratta in effetti dell’esito non previsto di una grande operazione strategica concepita negli Stati Uniti nei primi anni ’60 del secolo scorso: quella che consisteva nello stimolare con forza la crescita demografica negli Usa diffondendo frattanto paura di tale crescita nel resto del mondo. Fu un progetto coronato dal massimo successo: dai meno di 200 milioni di abitanti che avevano nel 1965 gli Stati Uniti sono giunti oggi ad averne quasi 320 milioni. E’ una crescita enorme, un dato peraltro reperibile su qualsiasi annuario, ma sul quale il sistema massmediatico internazionale non ha mai posto l’accento; e che pertanto resta ignoto al vasto pubblico. Nel frattempo una rete di influenti think tanks al di fuori degli Usa si incaricavano di diffondere la paura di un incontrollabile boom demografico prossimo venturo. Un nodo fondamentale di tale rete era costituito dal Club di Roma, fondato nel 1968 e divenuto celebre nel 1972 grazia alla grande eco internazionale del suo primo rapporto su I limiti dello sviluppo. Il primo obiettivo di tale grande operazione strategica era la Cina la quale abboccò e, avviando con tutta la forza perentoria di cui è capace un regime autoritario la sua “politica del figlio unico”, si mise senza rendersene conto sulla via che l’avrebbe portata alla grave crisi demografica cui ora si trova di fronte. Da allora ad oggi il processo non mai smesso di continuare causando, sempre a partire dagli strati sociali più colti e agiati, il declino demografico di buona parte del mondo. In pratica soltanto l’India, l’Africa sub-sahariana e alcuni Paesi del Medio Oriente sono ancora in crescita. Tutto il resto del mondo ristagna o declina, compresi giganti demografici come appunto l’Unione Europea, il Brasile e la Cina.  Non solo: in un’epoca in cui la comunicazione di massa non incontra più le barriere che nella seconda metà del secolo scorso ancora la frazionavano, il progetto è andato pure oltre le intenzioni dei suoi promotori. Oggi infatti anche gli Usa sono scesi a un numero medio di figli per donna inferiore a 2, ovvero  pari a 1,9. Sono scesi cioè, anche se per ora soltanto di poco, al di sotto del cruciale limite di 2 figli per donna.

Tutto sommato, se si allarga lo sguardo all’intera popolazione della terra ci si avvede che siamo ai prodromi di una crisi demografica non più soltanto occidentale ma planetaria. La questione, dicevamo, è in primo luogo culturale. Tenuto conto che, nel mondo globalizzato in cui viviamo, le idee circolano anche più in fretta delle merci, conviene perciò considerare il crollo delle nascite in Italia come un campanello d’allarme valido anche ad altre latitudini.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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