Clinton, Trump e la “lobby” monocolore dei corrispondenti italiani dagli Usa

 Clinton-Trump: informazione a senso unico, La Nuova Bussola Quotidiana, 3 novembre 2016

Il quasi generale orientamento di sinistra se non di ultra-sinistra della massima parte dei corrispondenti dagli Stati Uniti dei maggiori giornali e telegiornali italiani fa sì che diventi molto difficile qui da noi capire come stia realmente andando la campagna per le elezioni presidenziali americane e soprattutto quale sia la posta in gioco.

Un evidente tifo da stadio per Hillary Clinton e rispettivamente una continua campagna di discredito per Donald Trump caratterizzano i servizi della maggior parte dei corrispondenti italiani dagli Usa. La cosa è cominciata subito, sin dalla campagna per le elezioni primarie per la scelta del candidato repubblicano da cui Trump uscì vincitore malgrado i notabili del partito fossero tutti schierati contro di lui. Piacesse o non piacesse a chi doveva scriverne o parlarne, Trump vinceva in uno Stato dopo l’altro per il semplice e democratico motivo che gli elettori lo preferivano ad altri possibili candidati. Dai servizi dei corrispondenti italiani sembrava invece che ogni volta un oscuro manipolo di congiurati avesse prevalso sulla volontà solare della maggioranza; ma c’era da sperare che la volta dopo sarebbe andata meglio. Quando infine Trump raccolse la maggioranza dei voti nella maggioranza degli Stati la faccenda venne spacciata come l’esito di un abbindolamento di massa, che psicologi e sociologi sono stati poi chiamati a spiegare. Hillary Clinton venne invece subito raccontata come una candida Biancaneve, salvo ogni tanto concedere che si tratta di una Biancaneve talvolta un po’ furbetta; niente di grave ad ogni modo.

La consolidata predilezione ad ogni costo della cultura di sinistra, e quindi dell’establishment della stampa, per il candidato presidenziale democratico, e nel caso specifico per Hillary Clinton, è tanto più stupefacente se si considera che la sinistra di un Paese imperiale fa una politica internazionale normalmente più aggressiva di quella che fa la destra. E’ sempre stato così, sin da quando nell’antica Roma i tribuni della plebe facevano requisire frumento in Sicilia da distribuire gratis ai plebei della città. La forza politica, che nella metropoli imperiale dà voce ai più svantaggiati, tende sempre a prelevare all’esterno ciò che le occorre per migliorare il tenore di vita degli strati sociali che rappresenta.  Ciò le è molto più conveniente che giocare la carta dello scontro con gli avvantaggiati, che in un Paese imperiale sono perciò stesso particolarmente forti.  E’ una legge storica che nel caso degli Stati Uniti trova amplissima conferma: basti pensare, per venire all’episodio più recente, come gli Usa del presidente Obama sono riusciti a venire fuori a nostre spese dalla crisi innescata nel 2008 dal fallimento della loro grande banca Lehman Brothers.  A rigor di logica non si capisce quindi perché mai la sinistra italiana ami tanto i candidati e i presidenti americani espressi dal Partito Democratico.

Nel caso specifico dell’attuale campagna presidenziale americana la predilezione è poi molto presto sfociata nel partito preso, per arrivare infine non di rado al puro e semplice settarismo. Vediamo allora, nei limiti delle nostre capacità, di dare un’immagine un po’ più equilibrata della situazione prendendo innanzitutto le mosse dal dato di fondo, ossia dall’inizio del declino degli Stati Uniti. Beninteso, gli Usa sono ancora di gran lunga la maggiore potenza del mondo. Dispongono di una forza militare smisurata, ben superiore alla somma delle forze armate di tutto il resto del mondo: una forza che, grazie a flotte dislocate in tutti gli oceani del globo, tiene sotto tiro ogni angolo del mondo abitato. Ciononostante gli Usa sono meno forti di quanto fossero in passato, e malgrado tutto non riescono ad avere quella capacità di pressione politica assoluta che dovrebbe corrispondere a tanta superiorità militare. In particolare, il che è però molto importante per l’Europa, si sta riducendo la loro presenza nel Mediterraneo e nel Levante (ossia nel Vicino e Medio Oriente). Questo è per noi  l’aspetto più importante della prossima presidenza americana, quale che sarà il nuovo presidente. Che presidente sia Clinton o sia Trump questo processo sarà più o meno veloce ma comunque non si interromperà; con tutte le nuove responsabilità, rischi e prospettive che ne derivano per l’Europa. Venendo ai programmi complessivi dei due candidati, la prima cosa da dire che in quanto agli obiettivi non sono molto distanti tra loro: entrambi promettono grandi investimenti per il rilancio dell’industria manifatturiera americana, duramente colpita dalla globalizzazione. In tale prospettiva una questione-chiave è quella  dell’industria degli armamenti (compresi quindi l’industria aeronautica e la cantieristica navale): un settore manifatturiero, principale negli Usa, che per natura sua è al riparo dalla concorrenza straniera.

Hillary Clinton promette di finanziare il rilancio dell’industria manifatturiera in primo luogo con investimenti pubblici e spese militari. Donald Trump invece con finanza privata e riduzione della spesa pubblica, quindi della pressione fiscale. Perciò si ripromette di chiedere agli alleati, all’Europa in primo luogo, di accollarsi una maggiore quota di spese militari. Su una questione di primario valore etico come l’aborto legale, che negli Usa rientra nella competenza degli Stati ma che il governo federale può favorire oppure contrastare indirettamente, Clinton è smaccatamente a favore. Trump no, ma sotto voce. Così stanno le cose.

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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