Dopo la vittoria di Fillon in Francia: quali prospettive per l’Europa e quali responsabilità per l’Italia

 I veri problemi. La Francia ha capito, noi no, La Nuova Bussola Quotidiana, 22 novembre 2016

I circa 4 milioni di elettori che, recandosi in un giorno di pioggia a votare alle primarie del  centrodestra, hanno sancito in Francia la vittoria con ampio margine di François Fillon, non solo segnano una svolta nella storia politica del loro Paese ma aprono anche nuove prospettive alla vita pubblica dell’Europa intera. La contemporanea decisione di Angela Merkel di candidarsi per un quarto mandato come cancelliere della Repubblica Federale di Germania era invece scontata, anche per l’assoluta mancanza di alternative, ma ha comunque dato per riflesso ulteriore rilievo a quanto accaduto in Francia. Tanto più dopo l’iniziato esodo della Gran Bretagna dall’Unione Europea, i due Paesi infatti, stretti tra loro da forti e consolidati legami in certo modo neo-carolingi, si pongono sempre più come  baricentro unico e insostituibile dell’Europa. In effetti il resto dell’Unione, a partire dall’Italia, ha buoni motivi per non assecondare tanta ambizione, ma al di là di ciò il peso obiettivo del blocco franco-tedesco è un dato di fatto.

Ancora una volta la vittoria di Fillon, già primo ministro di Sarkozy, 44,1 per cento dei voti, è una sconfitta dei sondaggi. Era stato previsto un suo testa a testa con Alain Juppé il quale invece si è fermato al 28,3 per cento. Al di là del dato di cronaca conta la sostanza della vicenda: da un lato il successo delle elezioni primarie, per le quali erano stati allestiti oltre 10 mila seggi in tutta la Francia, e dall’altro il profilo politico di Fillon. Cattolico, cinque figli, sposato felicemente con una compagna di liceo, Fillon ha una storia personale molto diversa da quella di Donald Trump. A parte questo il progetto politico neo-liberale dell’uno e dell’altro presenta molti e importanti punti di contatto: riforme della pubblica amministrazione, tagli della  spesa pubblica improduttiva, rilancio degli investimenti, ripresa del controllo sui flussi immigratori. L’uno e l’altro inoltre sono a favore della difesa della vita e in vario modo contrari alla normalizzazione della pseudofamiglia omosessuale. Al di là del Reno, seppur con parole legate a un linguaggio politico più datato, pure Angela Merkel ha progetti analoghi: vuole riconquistare i “perdenti della modernizzazione” che perciò “cercano rifugio tra i partiti populisti di destra e di sinistra”.  Sono risposte solo in parte diverse a urgenze nella sostanza molto simili. Ovunque nel  mondo la crisi ormai di lungo periodo iniziata nel 2008 fa emergere domande cui le culture politiche molto ideologiche nate nel secolo XX non sanno dare risposta. Sburocratizzazione, riduzione della spesa statale, maggiore spazio all’intrapresa economica, rinascita dell’economia manifatturiera, maggior sicurezza, migliore controllo dei flussi immigratori: sono queste le sfide che sia in America che in Europa la gente comune lancia alla politica.

Nel  caso dell’Europa a tutto questo si aggiunge pure l’urgenza che l’Unione Europea assuma in sede internazionale un ruolo proporzionato al proprio peso di gigante demografico e di gigante economico che non può più permettersi di rimanere un nano politico e militare. E’ evidente che con Trump gli Stati Uniti continueranno a ritirarsi dalla regione euro-mediterranea lasciando un vuoto che se non verrà adeguatamente colmato dall’Unione Europea potrà trasformarsi in un catastrofico baratro. Ciò implica tra l’altro un’ovvia specifica responsabilità dell’Italia in quanto centro del versante mediterraneo dell’Unione.

Alla luce di  questo quadro generale la situazione politica del nostro Paese appare allora inadeguata in modo ormai insostenibile. Nessuno dei nostri veri grandi problemi, dal ristagno dell’economia alla persistente crisi demografica e al ruolo appunto  nel Mediterraneo, giunge mai al centro del dibattito politico. L’area di centro-destra è allo sbando  e di quella di centro-sinistra in sostanza si può dire altrettanto; anche se in quest’ultimo caso la realtà delle cose viene qua e là coperta da quella straordinaria figura di pifferaio di Hamelin che è il premier Renzi. La principale delle sue melodie è riforma costituzionale di cui al referendum del prossimo 4 dicembre: una melodia dalla quale è importante non farsi ingannare. Diversamente da quanto ci racconta la vittoria del “sì” non sarebbe affatto l’inizio della soluzione di tutti i nostri problemi. Viceversa, se ben governata, la vittoria del “no” sarebbe l’inizio di una salutare presa di coscienza dei veri problemi urgenti del nostro Paese e dei modi più concreti per affrontarli e per  risolverli.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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