Referendum costituzionale: qual è il nocciolo della questione

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 23 novembre 2016

Alternando come al solito eccessi verbali da capo-popolo ottocentesco a invettive del tipo di quelle cui Benito Mussolini indulgeva alla vigilia della sua “marcia su Roma”, il fondatore e leader del Movimento Cinque Stelle, Beppe Grillo, non aiuta a capire quali siano il senso politico e la vera posta in gioco del referendum costituzionale che andrà al voto in Italia la prossima domenica 4 dicembre.

Tanto per fare due esempi tratti dalla cronaca di questi ultimi giorni, secondo Grillo il premier Renzi, è un “serial killer della vita dei nostri figli”; e reagisce agli attacchi come “una scrofa ferita”.  Sono frasi demenziali cui la stampa vicina al governo dà volentieri ampia eco volendo così dimostrare che quello a favore del “no” alla riforma è uno schieramento di matti e di irresponsabili. In effetti sia i fautori del “sì” che i fautori del “no”  hanno dalla loro parte delle presenze imbarazzanti. In nessuno dei due casi tuttavia le si possono tirare in ballo per  squalificate l’una o l’altra scelta nel suo insieme.

Diventa allora più che mai utile andare a vedere la sostanza della questione. E capire quale spazio e quale senso abbia in Italia lo strumento del referendum. In primo luogo va ricordato che, pur se non esclude la possibilità del referendum, quella italiana non è una vera democrazia referendaria. Nella Costituzione della nuova Repubblica, entrata in vigore nel 1948 dopo la caduta del fascismo e la fine del Regno d’Italia, il referendum venne sì introdotto agli articoli 75 e 138, ma non come strumento ordinario bensì come strumento di eccezione. Con riguardo alla legislazione ordinaria è previsto solo in funzione abrogativa, ovvero per abrogare in tutto o in parte una legge già votata dal Parlamento; e in questo caso il risultato vale solo se si raggiunge il “quorum”, ossia se partecipa al voto la maggioranza degli aventi diritto. Non è però ammesso per “le leggi tributarie o di bilancio, di amnistia e indulto, di autorizzazione a ratificare trattati internazionali”, il che la dice lunga – osserviamo per inciso — sulla poca stima che in Italia la classe politica  ha nel senso di responsabilità del popolo. Nel caso invece di modifiche alla Costituzione, come appunto è quello della riforma costituzionale al voto il 4 dicembre, si parla di referendum “confermativo”, che invece vale comunque, quale  che sia il numero degli elettori che partecipano alla votazione.

Senza tornare sui suoi dettagli, che già avevamo illustrato sul GdP nello scorso agosto, diremo in sintesi che la riforma costituzionale Renzi-Boschi, oggi sul tappeto, ha come obiettivo un radicale riaccentramento del potere a Roma. Ciò che la caratterizza è infatti una drastica riduzione dell’autonomia delle Regioni, l’indebolimento delle Provincie da cui consegue un rafforzamento delle Prefetture, che sono organi alle dirette dipendenze del governo centrale, e l’attribuzione al governo centrale di una cosiddetta “clausola di supremazia”. In forza di tale clausola adducendo motivi di “interesse nazionale” Roma può togliere a Regioni e Comuni anche le competenze e che ad essi ancora restano. In questo quadro la riforma del Senato, ridotto da 315 a 100 membri e non più eletto direttamente dal popolo, è relativamente solo un particolare e non quel nocciolo della questione che il governo pretende sia.

Pur se complessivamente questa volta in Italia si parla abbastanza del contenuto della riforma sul tappeto, più ci si avvicina al giorno della votazione e più il referendum si deforma trasformandosi in una specie di voto di fiducia popolare pro o contro Renzi. E’ una distorsione malaugurata se è vero come è vero che al massimo Renzi durerà al governo per qualche anno, mentre la sua riforma costituzionale, se approvata, resterà in vigore assai più a lungo. La domanda cui domenica 4 dicembre il popolo in Italia dovrà rispondere non è dunque se Renzi deve o non deve restare al governo, che è un’altra questione. La domanda è un’altra: per venire fuori dalla crisi dello Stato italiano è meglio puntare sulla libertà responsabile delle persone e quindi giocare la carta della sussidiarietà e delle autonomie, oppure cercare salvezza in una sempre maggiore concentrazione del potere? Qui sta il nocciolo della questione. Tutto il resto viene di conseguenza,

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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