Referendum costituzionale: la geografia del voto

Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 5 dicembre 2016

La vittoria del “no” al referendum costituzionale votato ieri in Italia era data per probabile, anche se si parlava di una rimonta del “sì” negli ultimi giorni. L’esito però ha superato tutte le previsioni. Ha detto “no” il 60 per cento del quasi 70 cento degli elettori che hanno partecipato alla votazione: i residenti in Italia recandosi di persona nei seggi elettorali, e gli italiani all’estero invece per corrispondenza. Il raffronto tra i dati di oggi e quelli relativi al rinnovo nel 2014 dei rappresentanti italiani nel Parlamento Europeo — votazioni in teoria assai diverse tra loro ma entrambe inconsultamente trasformate da Renzi in un voto pro o contro di lui – dà la misura della quantità di consenso che nell’arco di soli due anni e mezzo egli ha perduto. Alle votazioni europee del 25 maggio 2014 aveva preso parte il 57,22 per cento degli iscritti in catalogo, il 48,81 per  cento dei quali aveva votato per il Pd di Matteo Renzi.  Al referendum di ieri la partecipazione è stata del 68,48 per cento; e appunto il 60 per cento dei votanti ha votato “no”.

Ciononostante resta il fatto che il progetto neo-centralista e anti-sussidiario, che caratterizzava la riforma Renzi-Boschi, è stato chiaramente respinto.  Questo non significa che l’urgenza di aggiornare la Costituzione non sia avvertita. Tra chi ha votato “no” sono numerosi coloro che condividono la necessità di tale aggiornamento, ma non sono d’accordo su come il governo voleva attuarlo. Uno dei motivi principali per cui la pubblica amministrazione in Italia costa molto e funziona male consiste nel fatto che sta a metà strada tra il centralismo e il principio di autonomia. Con la sua riforma Reni voleva risolvere il problema rimettendo nelle mani di Roma tutta la sostanza del potere, e fatto sta che il popolo ha respinto tale progetto dando perciò indirettamente l’indicazione di procedere sulla via dell’autonomia responsabile.

Nella misura in cui Renzi aveva però trasformato il referendum in un voto di fiducia popolare nei suoi confronti la fiducia gli è stata negata ed egli per primo ne ha preso atto annunciando le proprie dimissioni già a mezzanotte della stessa domenica del voto. In Italia il governo viene eletto dal Parlamento; e finché in Parlamento una maggioranza sussiste è quella maggioranza che legittima democraticamente il governo. C’è pertanto, e non a caso, una pretesa autoritaria in forze politiche che, essendosi schierate a favore del “no”, adesso se ne vogliono appropriare in via esclusiva, ovvero il Movimento 5 Stelle e la Lega Nord di Matteo Salvini. Il carattere evidentemente proto-fascista del Movimento 5 Stelle è evidente. Il suo programma e il linguaggio del suo fondatore hanno preoccupanti punti di contatto con il primo Mussolini e la prima fase del fascismo (quello detto “sansepolcrista” dal nome della piazza di Milano ove aveva la sua prima sede).  Per una valutazione sulla cultura e sul disegno politico di Matteo Salvini basta andarsi a rivedere la video-registrazione, facilmente accessibile sia sulle Tv italiane che in Internet, della sua conferenza stampa della scorsa notte.

Fino a quando e se sussiste in Parlamento la maggioranza che portò Renzi al governo, Renzi o chi per lui ci deve restare. Di ciò  dobbiamo  sperare che il presidente della Repubblica terrà  conto. Lo schieramento per il “no” era per così dire un «arco costituzionale», e non una possibile maggioranza politica alternativa. Pur se ostinatamente ignorate dai grandi media anche forze della società civile hanno dato un grosso contributo alla vittoria del “no”. Una maggioranza politica democratica alternativa a quella di centro-sinistra è tutta da costruire, e purtroppo al momento non è ancora all’orizzonte. La si può fare, anche con volti nuovi, ma per il momento non c’è. Una nuova maggioranza che fosse dominata da forze come quelle di cui si diceva indurrebbe molto presto a concludere che si stava meglio quando si stava peggio. Perciò ci si deve augurare che l’attuale maggioranza in Parlamento duri ancora un po’.

Qualche osservazione, prima di concludere, sulla geografia dell’esito del referendum.  Il “sì” ha prevalso in larga misura – 64,9 per cento — fra gli italiani all’estero, il 30,89 per cento dei quali ha partecipato alla votazione. In Italia il “sì” ha vinto  soltanto nell’Emilia-Romagna, in Toscana e nell’Alto Adige/SűdTirol. Le prime due sono le storiche regioni “rosse” del vecchio Partito Comunista Italiano, di cui evidentemente il Pd di Matteo Renzi è più erede di quanto voglia far credere.  Assai sorprendente è invece l’esito del voto dell’ Alto Adige/SűdTirol, ossia la Provincia Autonoma di Bolzano/Bozen che insieme alla Provincia Autonoma di Trento è ricompresa in una Regione-cornice, con poche competenze, chiamata Trentino/Alto Adige- SűdTirol. In quest’ultima Provincia, in larga maggioranza di lingua tedesca, il “sì”  è stato così compatto da annullare a livello regionale l’effetto della vittoria del “no” nel Trentino. Sulla decisione della Sűdtiroler Volkspartei, SVP, il partito in cui si riconosce la quasi totalità della popolazione di lingua tedesca, di appoggiare la riforma malgrado il suo carattere centralista ha evidentemente pesato la promessa del governo di non rimettere in discussione la specialissima autonomia della Provincia Autonoma di Bolzano.

Il massimo dei “no” si è registrato nel Sud fino al 72,5 per cento della Sardegna e al 71,3 della Sicilia. Le grandi città hanno votato “no”, ma con l’eccezione importante di Milano, dove il “sì” ha prevalso sia pure di poco: nella misura del 51 per cento.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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