Dopo il referendum: l’urgenza di costruire una nuova e diversa domanda politica

L’abbiamo scampata bella. Ma adesso?, La Nuova Bussola Quotidiana, 8 dicembre 2016

L’abbiamo scampata bella, ma non basta. Bocciando clamorosamente la riforma costituzionale Renzi-Boschi gli elettori hanno fermato un processo di riorganizzazione della Repubblica italiana all’insegna del centralismo e dello statalismo che non avrebbe risolto alcun grande problema del Paese, ma anzi li avrebbe aggravati tutti.

Ciò fermo restando, i grandi problemi restano e vanno affrontati. Perciò resta più che mai preoccupante la persistente incapacità della classe politica di imparare la lezione dei fatti. Non appena è stato chiaro che la riforma era stata respinta, tra tutti i partiti schieratisi per il “no” è iniziata la corsa, tuttora in pieno svolgimento, per intestarsi la vittoria e candidare il proprio leader a succedere a Renzi. Non uno che si sia fermato un attimo a riflettere su un aspetto cruciale di questa vicenda: il ruolo che vi hanno avuto diffusi convincimenti nient’affatto incasellabili nell’attuale “geografia” delle forze politiche alla ribalta. Per rendersene conto basta dare uno sguardo ai nomi, reperibili sui rispettivi siti Internet,  dei due più influenti gruppi di lavoro costituitisi a favore del “no”: il Comitato per il No presieduto da Gustavo Zagrebelsky e il Comitato Famiglie per il No promosso da Massimo Gandolfini. Al di là della loro ben diversa ispirazione di fondo — per lo più laica-progressista il primo e per lo più cattolica il secondo – questi due gruppi avevano in comune il fatto di non poter essere travasabili in alcuna attuale forza politica organizzata. Ovunque si volesse cercare di infilarli, sono troppi e troppo importanti i pezzi che ne resterebbero fuori. Quella  formatasi contro la riforma Renzi-Boschi non è una maggioranza alternativa bensì uno schieramento per la difesa e l’affermazione di principi di fondo, di “regole del gioco”. E’ insomma qualcosa di simile a quell’’”arco costituzionale” in cui nella Prima Repubblica si riconoscevano tutte le forze politiche, dal Partito Comunista al Partito Liberale, che avevano avuto parte nell’Assemblea Costituente.

In questo senso l’arco del “no” alla riforma Renzi-Boschi per un verso resta per sempre, ma per un altro appartiene già irrevocabilmente al passato. Resta per sempre come presidio contro il centralismo e lo statalismo, augurabilmente sempre pronto a mobilitarsi se tale rischio si riaffacciasse all’orizzonte; non entra però né può entrare in gioco quando si tratti di scegliere per chi votare e a chi dare la maggioranza di governo. A tale riguardo l’”arco” di cui si diceva si spezza in vari e diversi segmenti; e in quello liberal-popolare, che ci riguarda, si registra un drammatico vuoto: nessun leader di statura nazionale né si staglia sulla scena, né si affaccia all’orizzonte. Quello che in Francia è accaduto con la vittoria di François Fillon alle primarie del centro-destra non è ancora accaduto da noi. Intendiamo con questo l’arrivo alla ribalta della vita politica del Paese non di un leader dei cattolici bensì di un leader cattolico che, ispirandosi alla sua visione del mondo, sappia raccogliere il consenso delle  persone di buona volontà in genere.

Nella situazione in cui ora ci si trova le elezioni anticipate non fanno comodo a nessuno. Siamo perciò molto d’accordo con l’auspicio che si esca dalla crisi ora apertasi con un governo di scopo che duri almeno un anno purché si tratti di un governo vero, di un governo capace di cominciare a rimettere il Paese sulla via della ripresa. Frattanto occorre però non restare con le mani in mano, il che non vuol dire tuttavia precipitarsi a costruire una presenza politica che sarebbe di certo improvvisata ed esigua, perciò irrilevante e ciononostante compromettente. Le forze sociali e le opere presenti nella società civile devono restare fedeli al loro compito che è quello, avrebbe detto Emmanuel Mounier, di produrre l’energia elettrica lasciando poi alla politica la responsabilità di accendere e di spegnere gli interruttori. E poi, aggiungiamo, giudicando chi fa politica in base all’esito di quelle accensioni e di quegli spegnimenti. Occorre insomma lavorare nella società civile per costruire con forza la domanda politica sulla base delle risposte alla quale potrà emergere un personale politico all’altezza delle sfide del nostro tempo. E’ un lavoro non immane perché in realtà già moltissimo è stato pensato, sperimentato ed affinato. Si tratta però di comunicarlo senza timidezze né tanto meno riserve mentali, e di renderlo diffuso, partecipato e fruibile.

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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