I guai giudiziari dei sindaci di Roma e di Milano: quali buone ragioni, ma anche quali rischi per la democrazia

 Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 21 dicembre 2016

Le ragioni obiettive non mancano ( e nel caso di Roma abbondano), ma la tempesta giudiziaria che quasi contemporaneamente ha investito le due maggiori città italiane conferma ancora una volta una delle anomalie più gravi dell’Italia di oggi: il ruolo politico spurio che la magistratura assunse all’epoca di “Tangentopoli”, e al quale da allora non ha più rinunciato.

Beninteso, la situazione delle due città è molto diversa. Il Comune di  Milano ha un bilancio sostenibile mentre quello di Roma  è un ente in dissesto con un deficit di oltre 13,6 miliardi di euro, pari cioè al doppio del suo bilancio annuale. In teoria Roma non sarebbe affatto una città priva di risorse: il suo patrimonio monumentale unico al mondo per qualità e per quantità, e la sua attrattività alla scala planetaria in quanto sede del Papato, se ben governate le darebbero ampiamente da vivere; anzi ne farebbero un polo di sviluppo per tutto il centro e sud Italia. Di fatto però non è così perché da quando nel 1870 divenne capitale del nuovo Stato italiano Roma si è abituata a vivere di burocrazia e di aiuti statali.

Le prospettive che si aprono  ai due nuovi sindaci eletti quest’anno nelle due città sono perciò molto diverse. A Milano Beppe Sala, espresso dal Partito Democratico di Matteo Renzi, sta  puntando  a un nuovo sviluppo della città basato su investimenti per la riqualificazione delle periferie nonché sull’urbanizzazione degli scali ferroviari merci dismessi o in via di dismissione. A Roma Virginia Raggi, espressa dal Movimento 5 Stelle, deve invece soprattutto risanare il bilancio. E per questo deve fare i conti con le “lobbies” di imprenditori, spesso ai margini della legalità, che gestiscono una quantità di servizi che il comune di Roma, nonostante abbia ben 23 mila dipendenti, ha dato in appalto a privati e ad aziende municipalizzate.

A Milano Beppe Sala aveva potuto rapidamente formare la sua giunta. A Roma invece Virginia Raggi dallo scorso 7 luglio, quando si insediò come nuovo sindaco, fino ad oggi non è ancora riuscita a fare altrettanto. Eletta con ampio margine proprio perché chiaramente estranea a quel groviglio di oscuri interessi di cui si diceva, Virginia Raggi si sta però dimostrando ben poco capace di districarlo. Troppe delle persone che aveva scelto come suoi più stretti collaboratori è risultato facessero parte proprio di quel mondo per combattere il quale gli elettori l’avevano scelta come sindaco.  I casi più clamorosi sono quelli di Paola Muraro, da dodici anni consulente dell’Azienda Municipalizzata per l’Ambiente, AMA, che Virginia Raggi aveva poi messo a capo del dicastero competente in materia, e di Raffaele Marra, dirigente comunale da lei dapprima scelto come suo capo di gabinetto e poi congedato su pressione dello stesso Beppe Grillo, ma solo per spostarlo nel ruolo di capo del personale del Comune. Muraro, costretta alle dimissioni, è ora sotto inchiesta giudiziaria per presunti illeciti ambientali, mentre lo scorso 15 dicembre Barra è stato arrestato per corruzione e tradotto in carcere. Sia nel caso dell’una che in quello dell’altro i fatti contestati risalgono a ben prima dell’avvio della loro collaborazione con la nuova sindaca. I buoni motivi insomma delle inchieste a loro carico non mancano, ma è sorprendente che i giudici se ne siano accorti proprio adesso. Altrettanto sorprendente è il fatto che i revisori contabili indipendenti a ciò preposti abbiano bocciato il bilancio di previsione 2017-2019 del comune di Roma, il primo presentato dalla nuova sindaca. Mai nella storia del comune di Roma era accaduto che un bilancio venisse bocciato da questi revisori. In tutti gli anni in cui si è formato l’enorme deficit di cui si diceva i bilanci andavano bene. Adesso, al primo bilancio presentato da Virginia Raggi, la musica è all’improvviso cambiata.

Il caso di Beppe Sala a Milano è tutt’altro, salvo che per un elemento, però politicamente non di poco peso: la sorprendente contemporaneità, a pochi giorni dalla caduta del governo Renzi, tra la tempesta giudiziaria che lo riguarda e quella che riguarda invece la sindaca di Roma. In quanto direttore generale della società incaricata di realizzare l’Esposizione Universale del 2015, l’attuale sindaco di Milano, pressato in tal senso da tutto l’ordine costituito, per riuscire a finire in tempo i lavori aveva forzato alcune procedure. Tutti lo sapevano e da ogni parte tutti avevano silenziosamente consentito per evitare la brutta figura mondiale di un rinvio nell’apertura della manifestazione. Proprio per questo gli sarebbe poi convenuto dormire un po’ sugli allori. Invece si è candidato sindaco ed è stato eletto esponendosi così al pericolo che in futuro qualcuno contrario alla sua politica potesse tirare il siluro che adesso infatti gli è stato tirato; e da cui per il momento si è difeso con la pantomima dell’ “autosospensione” per alcuni giorni dal proprio incarico: un’iniziativa senza alcuna base né consistenza giuridica alla quale ha poi posto termine dandone annuncio via Facebook.

Certamente sia la politica di Raggi che quella di Sala si possono discutere. Non è però di conforto il fatto che al momento in Italia l’opposizione sempre più spesso venga fatta per via giudiziaria invece che nei luoghi in cui la si dovrebbe fare in un Paese democratico, ovvero  in Parlamento e nelle assemblee elettive comunali e regionali.

 

 

 

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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