Crisi italiana: un tunnel di cui non si vede ancora la fine

 Taccuino Italiano, Giornale del Popolo, Lugano, 11 gennaio 2016

Il caso della deputazione del Movimento 5 Stelle  al Parlamento Europeo — che dopo aver annunciato qualche giorno fa l’uscita dal gruppo parlamentale “euroscettico” EFDD (Europa della Libertà e della Democrazia Diretta) ha poi fatto marcia indietro – è un po’ meno stravagante di quanto appaia a prima vista.  Ciononostante  conferma quanto poco ci sia da sperare in questa presenza ai fini dell’uscita dalla crisi italiana.

In base a un tradizionale accordo in atto da anni, e che era stato rinnovato nello scorso 2014, per quanto concerne la presidenza del Parlamento Europeo vige quella che viene definita la “staffetta di metà legislatura”. I due gruppi parlamentari maggiori, ossia i socialisti (che attualmente comprendono pure gli eurodeputati del PD italiano di Matteo Renzi) e i popolari (o cristiano-democratici), votano insieme per il candidato socialista, che dopo due anni e mezzo si dimette. Si procede quindi allo stesso modo a eleggere il suo successore, che questa volta è un candidato popolare. Venuto ora il momento della “staffetta”, i socialisti si sono però rimangiati l’accordo, che fra l’altro era stato sottoscritto per approvazione anche dal capo del gruppo parlamentare liberale Alleanza dei Liberali e Democratici per l’Europa, ALDE, il belga fiammingo Guy Verhofstadt.

Adesso che tanto la Commissione quanto il  Consiglio dei capi di Stato e di governo hanno un presidente cristiano-democratico — sostengono i socialisti — un cristiano-democratico pure alla presidenza del Parlamento sarebbe di troppo. Non vogliono perciò votare più il candidato cristiano-democratico designato, che è poi l’italiano Antonio Tajani (eletto fra l’altro nelle liste di Forza Italia), e puntano invece su Gianni Pittella, peraltro italiano pure lui. In questo quadro, dando ulteriore prova della sua abituale spregiudicatezza, il fondatore e leader dei 5 Stelle, Beppe Grillo, aveva pensato di far passare i suoi 17 eurodeputati dall’EFDD di Nigel Farage, il “padre” della Brexit, al gruppo liberale, ALDE. E in tal senso si era accordato con Verhofstadt.  Sia per l’uno che per l’altro l’obiettivo non era di ampia prospettiva politica bensì di immediata convenienza: contare di più nello scontro apertosi con la crisi della “staffetta di metà legislatura”. Grillo aveva sottoposto l’idea via blog agli iscritti al Movimento che, condividendo la spregiudicatezza del loro leader, l’avevano approvata con una maggioranza di ben il 78,5 per cento dei voti espressi. Non così gli eurodeputati dell’ALDE, che hanno costretto Verhofstadt a fare marcia indietro. A questo punto Farage ha fatto a Grillo il favore di riaccogliere i 5 Stelle nel gruppo del quale il suo partito, l’UKIP, è la forza maggiore (24 eurodeputati); e Grillo, per “restare non fuori al freddo”, come si direbbe in inglese, non ha potuto fare altro se non tornarci con il cappello in mano.

L’operazione, dicevamo, non era poi stravagante. Era cinica ma aveva una sua logica, seppur di bassissimo livello. Il guaio, dal punto di vista di Grillo, è che non ha funzionato. E mentre un’iniziativa per nobili motivi lascia buona memoria di sé anche se fallisce, del fiasco di un colpo di mano cinico restano soltanto le macerie. Confermando l’inadeguatezza del Movimento 5 Stelle alle complessità della vita politica contemporanea, l’episodio ripropone il drammatico problema delle vie d’uscita dalla crisi italiana. Il Movimento 5 Stelle, che ne costituisce l’unica novità, ogni volta fallisce alla prova dei fatti. E d’altra parte, tenuto conto del suo impianto neo-autoritario, non potrebbe comunque offrire grandi speranze all’Italia se non a spese della libertà. L’area di centro-destra resta murata tra un passato berlusconiano e un futuro che ha il volto e le idee di Matteo Salvini. All’area di centro-sinistra resta solo l’eredità di Matteo Renzi, con la sua fallita riforma costituzionale statalista e con il colossale crak dei suoi amici del Monte dei Paschi di Siena e delle altre banche analoghe, per coprire il quale il  governo Gentiloni ha stanziato 20 miliardi di euro, una somma quasi equivalente  a un terzo di quanto costa ogni anno allo Stato italiano il servizio del suo debito pubblico. In questo quadro l’uscita dalla crisi italiana continua purtroppo a essere soltanto una lontana prospettiva.

 

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Informazioni su Robi Ronza

Giornalista e scrittore italiano, esperto di affari internazionali, di problemi istituzionali, e di culture e identità locali.
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